

Un successo per la scienza italiana e una speranza per la comunità medica internazionale: il Journal of Medical Virology ha pubblicato lo studio del gruppo condotto dall’equipe del professor Massimo Galli e del professor Gianguglielmo Zehender dell’Università degli Studi di Milano. Allo studio hanno contribuito le dottoresse Alessia Lai, Annalisa Bergna, Arianna Gabrieli e il dott. Maciej Tarkowski del Laboratorio di Malattie Infettive, i medici e infermieri della Divisone di Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco, in particolare i Professori Spinello Antinori e Stefano Rusconi di UNIMI e il Dottor Giuliano Rizzardini. Si tratta di una ricerca importantissima perché traccia la presenza del virus in Italia da fine gennaio. Le sequenze verranno pubblicate nella banca dati GISAID, a disposizione della comunità scientifica internazionale.
Lo studio si è basato sull’isolamento e la caratterizzazione dei genomi virali di tre pazienti che appartenevano al primo gruppo di sedici casi di COVID-19 provenienti dalla provincia di Lodi, in Lombardia, tra il 20 e il 21 febbraio 2020. Noi abbiamo iniziato a parlarne dal 24 febbraio. È stato in quel periodo che è emerso il primo cluster Italiano di trasmissione di SARS-CoV-2, apparentemente senza alcun collegamento con la Cina. La caratterizzazione dei tre genomi di SARS-CoV-2 presenti in questi pazienti e il confronto con quelli disponibili nella banca dati GISAID ha permesso di capire che il ceppo è strettamente correlato a quello isolato per la prima volta da un paziente ammalatosi di COVID-19 tra il 24 e il 27 gennaio 2020 in Baviera, in seguito ad una riunione aziendale avvenuta qualche giorno prima vicino Monaco, a cui aveva partecipato una manager Cinese proveniente da Shangai, accortasi dei sintomi di COVID-19 solo al ritorno in patria. Da tale evento iniziale era generato uno dei primi cluster di casi Europei non d’importazione, dove cioè la trasmissione si è verificata sul territorio Europeo ed ha coinvolto complessivamente quattordici casi in Germania alla fine di Gennaio 2020. Lo stesso ceppo virale è stato isolato non solo in Italia, ma in altri Paesi Europei e dell’America Latina, in cui è stato importato.
L’Indagine, condotta mediante modelli che consentono di datare l’albero filogenetico dei genomi virali, ha permesso anche di stimare il periodo più probabile di penetrazione del ceppo di SARS-CoV-2 in Italia: si sarebbe verificato tra la fine di gennaio e i primi di febbraio, quindi almeno una ventina di giorni prima che fosse confermato il primo caso Italiano di COVID-19 all’ospedale di Codogno. Lo studio ha identificato alcune mutazioni molto probabilmente frutto di deriva genetica – frequentemente osservata nei virus a RNA, intrinsecamente molto soggetti a variazioni – i quali non modificano il fenotipo virale e quindi non sembrano avere riflesso sulla virulenza. Non è stato però possibile dimostrare in modo conclusivo il legame diretto del ceppo presente in Italia con il cluster in Germania, essendo teoricamente possibile, anche se assai poco probabile, l’esportazione multipla della stessa variante direttamente dalla Cina alla Germania e all’Italia. Gli autori della ricerca affermano che i tempi della diffusione mostrano come i casi bavaresi abbiano preceduto la comparsa dei primi casi italiani di almeno un mese e suggerisce che quella emersa drammaticamente con il cluster Lombardo delinei un’epidemia di estensione europea. La circolazione nascosta del virus nella popolazione per alcuni giorni prima della manifestazione dei casi conclamati di malattia può rappresentare la ragione dell’ampia diffusione del virus ormai evidente non solo in Italia, ma a livello globale. Grazie a questo studio, la comunità scientifica internazionale ha più informazioni su questo potente virus e potrà quindi condurre indagini approfondite, a beneficio di tutti.
Lina Rossi