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Il riccio Giuseppe cerca moglie

Inutili annunci per trovare l’anima gemella: l’amore, spiega il saggio Dottor Gufo, è frutto del caso

Oramai era circa un mese che il riccio Giuseppe appariva sempre più inquieto: “Mi devo sposare” continuava a ripetere “come si fa a vivere in questo modo? Devo veramente trovare una soluzione”.
Fisso davanti al grande specchio del salotto continuava a spalancare i suoi vivaci occhietti nocciola e a passarsi la lingua sui dentini aguzzi, ma la risposta che cercava non gli arrivava dall’immagine riflessa. “Quanto sei inutile” si ripeteva malinconico “A vivere sempre soli si può diventare matti. Specialmente in un appartamento che non ha altro che vantaggi; situato proprio ai piedi di una quercia che lo ripara dalla pioggia; cucina, bagno, salone, sala da pranzo, veramente tutto in ordine”. Improvvisamente un lampo balenò nella sua riccioluta testolina.
Recuperato un foglio bianco, armato di calamaio e inchiostro, Giuseppe chiuse gli occhi, rifletté solo un attimo, e scrisse a grosse lettere “RICCIO CERCA RICCIA GRAZIOSA”.
Ma prima di uscire rivolse un ultimo sguardo allo specchio e, tornato indietro, modificò il testo del suo annuncio “BEL RICCIO CERCA RICCIA GRAZIOSA”. Gongolando, corse in fretta ad appenderlo sul tronco della sua quercia ed altrettanto in fretta corse a nascondersi dietro un albero per osservare la reazione delle ricce di passaggio.

Sfortunatamente la prima passò senza notare alcunché, la seconda si soffermò giusto il tempo di leggere l’annuncio e fargli una bella linguaccia, mentre la terza venne colta da un irrefrenabile attacco di riso tanto violento da far irritare terribilmente Giuseppe.
Scese la notte, l’umidità gradualmente fece svanire le parole dell’avviso, lasciando l’afflitto Giuseppe a piangere sulla sua triste sorte.

“Serve il saggio intervento di uno specialista” pensò Giuseppe dirigendosi verso la casa nell’albero contorto; sulla porta, una scritta svelò l’arcano “Dottor Gufo – Consigli di ogni genere – Capisco tutto – So tutto – Entrate senza bussare”. Due occhi gialli e tondi come biglie si posarono sullo sconsolato Giuseppe che, sentendosi incoraggiato, iniziò a raccontare tutto l’accaduto. Senza dire una parola, al termine del racconto, il dottor Gufo prese la sfera che era posta in bella vista sul suo tavolo, la rigirò e la rimirò più volte fino a che il cristallo, che prima era perfettamente trasparente, divenne sempre più opaco per la presenza di un denso fumo grigio.
“Aspetta, aspetta ancora!” ammonì Dottor Gufo, che, messa da parte la sfera, iniziò a rigirare alcune carte da gioco che teneva su un tavolino proprio di fronte alla sua sedia. “Guarda, guarda, l’equilibrista!”. Dottor Gufo mostrò a Giuseppe quella figura in bilico su una fune. “Si direbbe proprio che questo sia lei” ribatté, mentre Giuseppe stentava ancora a capire. “Cosa centra tutto questo con il mio matrimonio?” domandò il riccio. “Ci siamo caro mio” rispose il gufo “si guardi allo specchio ora, cosa vede?”.
Con grande stupore, nello specchio apparve la figura di Giuseppe nell’atto di camminare su una fune. L’immagine rimase visibile per poco tempo, e poi scomparve dietro lo stesso fumo grigio che aveva oscurato la sfera di cristallo. “Caro amico, lei ha visto ciò che è stato e quello che sarà” specificò il Dottor Gufo “il fumo significa che lei è nella nebbia, vale a dire che è perduto. L’equilibrista significa che lei troverà la sua strada, ma che sarà tortuosa”. “Non sapevo che fosse così grave” rispose Giuseppe “lei capisce, io volevo solo sposarmi”, e mentre fu ancora sul punto di piangere Dottor Gufo lo spinse verso l’uscio dicendo “Ha pianto abbastanza, ora al lavoro” e aggiunse “voglio darle ancora un consiglio. Non dimentichi che l’Amore è frutto del Caso, ma che bisogna coltivarlo”.

Sempre più perplesso, Giuseppe si avviò verso casa rimuginando sulle parole del gufo: “Devo dunque trovare il frutto di questo albero, ma dove cresce questo albero del Caso che devo coltivare? Che fatica! Che problema”. Mentre è tutto intento a ispezionare tutti gli alberi del bosco, Giuseppe ode un grido lontano. Tornato sui suoi passi, notò, nel bel mezzo di un ruscello tumultuoso, una riccia che stava quasi per annegare e che, faticosamente, si era aggrappata ad un sasso come se si trattasse di una boa di salvataggio. Il piccolo corso d’acqua turbinava da tutti i lati e, nell’impossibilità di guadarlo a nuoto, Giuseppe decise di ricorrere ad un solido bastone che trasformò in passerella tra il sasso in mezzo al ruscello e la riva. Ma la riccia rimaneva, paralizzata dalla paura, avvinghiata al sasso. Giuseppe, allora, compreso lo stato d’animo della poverina, raggiunse il sasso camminando come un equilibrista sul bastoncino e afferrò la riccia sul dorso incitandola ad aggrapparsi a lui. Con delicatezza e grande coraggio Giuseppe trasportò la riccia semi-incosciente sulla riva del fiumiciattolo deponendola su un morbido cuscino di muschio.

Molto tempo dopo, quando si saranno sposati e vivranno felici per tanto, tanto tempo, lei gli ricorderà “Ti ricordi? Sei passato di là, proprio nel momento in cui stavo per annegare.
Non è meraviglioso il Caso, a volte?”.

 

Domizia Luzzi

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