Fase 2 nelle nostre città: troppa gente in giro

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Fase 2 nelle nostre città: troppa gente in giro

Capannelli di giovani a pochi centimetri di distanza, abbracciati, spesso senza mascherina, all’ora dell’ape a Milano e sulla spiaggia modaiola di Mondello. Da una parte il sindaco, Giuseppe Sala, persona notoriamente pacata, questa volta con le parole non ha avuto mezze misure, ha definito vergognose quelle immagini. Dall’altra l’ira di Orlando sindaco di Palermo, entrambi minacciano di chiudere tutte le attività se, per colpa di un 1% di  incoscienti, il restante 99% che ha osservato le regole rischia di tornare ad ammalarsi.

Voglia di libertà, ma attenzione

Anche in altre città, probabilmente, è aumentato il numero di persone a spasso nei luoghi del cuore rimasti deserti per tante settimane. Il caso di Milano  però ha colpito in modo particolare perché la Lombardia è stata la regione che ha pagato il prezzo più alto in termini di vittime della pandemia Covid-19: e nella giornata di sabato 9 maggio ci sono stati ancora 85 decessi. Oltre al sindaco della città, altre voci si sono alzate contro questo comportamento totalmente irresponsabile. Ha tuonato il virologo Galli dell’ospedale Sacco, dichiarando che con questi atteggiamenti la città potrebbe tornare ad essere una bomba di contagi. Si è pronunciato il registra Gabriele Muccino, suggerendo al sindaco di barricare i Navigli e le altre zone della movida milanese per evitare assembramenti. Ed è tornata a fa sentire la sua voce la dottoressa Gismondo, sempre del Sacco, che inizialmente aveva sottovalutato la situazione, tanto da ricevere una diffida da altri scienziati. Adesso, invece, anche la dottoressa Gismondo si è pronunciata contro questi comportamenti scorretti che possono favorire nuovi contagi.

Il virus c’è ancora

Le immagini delle persone spensierate sulla spiaggia di Mondello o sulla spiaggia del lago di Castel Gandolfo, nei Castelli Romani, a passeggio, con in mano una birra o un drink, richiamano il desiderio di libertà della fine di una guerra. Ma c’è una grossa differenza. In guerra lo stare vicini era una garanzia di sopravvivenza, perché il pericolo erano le bombe. Una volta che questo pericolo ha smesso di esistere, affollare le strade non comportava certo rischi, anzi era un inno alla voglia di vivere. Ora è diverso: il nemico è invisibile ed è tra noi, circola ancora senza farsi vedere. Sarebbe bello, bellissimo se tutti, proprio tutti i sessanta milioni di italiani potessero essere sottoposti a un test per capire chi è a rischio e chi, invece, è immune perché si è ammalato senza sintomi ed è guarito. Questo però non è possibile: troppo alto il numero di popolazione per i test disponibili, troppo complessa l’organizzazione. Ci si arriverà, forse, ma nel frattempo l’unico modo per difendersi è non stare troppo vicini.

La responsabilità del singolo

Rispetto alla guerra, restare in casa due mesi, al sicuro e con il cibo assicurato, non è stato certo un sacrificio paragonabile. Adesso si può uscire: facciamolo con buon senso, per proteggere gli anziani, i bambini costretti in casa che finalmente possono giocare in un prato, i ristoratori che hanno subito un danno economico elevatissimo in questo periodo di lockdown. Se si desidera vedere qualche amico, va bene. Ma restando alla distanza di sicurezza, con la mascherina,  in luoghi un po’ defilati e non presi di mira da tanta gente. È una questione di responsabilità di ciascuno di noi. A Singapore hanno creato un prototipo di cane meccanico che deve disperdere gli assembramenti, da noi si parla del braccialetto che suona se si supera la distanza di sicurezza. Ma sono sistemi che, se si vuole, si possono eludere. È quindi essenziale essere consapevoli dell’importanza di stare un po’ alla larga gli uni dagli altri, per potere al più presto tornare ad abbracciarsi.

Giorgia Andretti

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