Riapertura delle scuole, cosa chiedono i medici

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Riapertura delle scuole, cosa chiedono i medici

sinergia a scuola

Mentre prosegue la campagna vaccinale contro il Covid-19, ci barcameniamo come possibile tra lavoro, spesa e l’alternanza di zone di vario colore. Una delle priorità da affrontare è quella della scuola, per garantire ad alunni e studenti il migliore apprendimento possibile pur tra mille difficoltà. Anche i pediatri si sentono coinvolti in un problema che li riguarda perché incombe su infanzia e sanità. Avanzano quindi proposte concrete per la riapertura delle scuole.

Testare tutta la popolazione scolastica

Uno screening nazionale della popolazione scolastica, una campagna vaccinale prioritaria per docenti ed educatori, un piano di lockdown intermittenti fino all’estate. Ecco alcune delle condizioni per un ritorno in aula in sicurezza per le scuole superiori, secondo la community – IoVaccino – il Comitato  – La Scuola – e alcuni eminenti pediatri, tra i quali Susanna Esposito, ordinaria di Pediatria dell’Università di Parma e consulente dell’OMS. Come all’inizio della pandemia, resta prioritaria l’azione di testing sulle persone che frequentano le scuole. Rispetto a nove mesi fa, oggi si dispone di strumenti veloci ed economici. Attuare uno screening nazionale costante della popolazione scolastica, da ripetere ogni dieci -quattordici giorni su tutta la popolazione asintomatica, da effettuare con test rapidi antigenici direttamente nelle scuole. È una strategia percorribile, secondo i pediatri per rendere la frequenza scolastica sufficientemente sicura per tutta la comunità. Inoltre, si dovrebbe eseguire il tracciamento e sottoporre a quarantena i contatti stretti.

Salute e scuola alleate per il benessere

Secondo l’infettivologo Stefano Zona, tra i promotori del Comitato –  La Scuola a Scuola – e componente del comitato scientifico di – IoVaccino – il secondo passo per la riapertura delle scuole è dare priorità nella somministrazione del vaccino anti-SARS-CoV-2 a insegnanti, educatori e personale tecnico-amministrativo, nelle prime fasi della campagna vaccinale, tra i mesi di febbraio e aprile, così  da contribuire ulteriormente a un ritorno in aula in sicurezza.

La professoressa Susanna Esposito aggiunge la necessità di un piano di medio-lungo termine di chiusure nazionali per periodi di uno – due settimane ogni mese, da gennaio a giugno, come già indicato al governo in alcuni appelli inviati nei mesi di novembre e dicembre. Scuola e salute devono essere alleate. È essenziale, secondo l’esperta, uscire dalla logica dell’emergenza, insostenibile a distanza di un anno dallo scoppio della pandemia e pianificare misure efficaci e regolari è uno dei primi passi per contenere i contagi, pericolosamente in nuova crescita, dopo le chiusure parziali durante le festività natalizie.

Troppi abbandoni a scuola

Favorire la riapertura delle scuole è importante, soprattutto, per limitare la dispersione scolastica, già presente alcuni anni fa ed evidenziata oggi  dalla recente indagine condotta da IPSOS per  – Save the Children –  sono già almeno 34mila gli studenti a rischio di abbandono. Infatti il 28% degli studenti intervistati ha almeno un compagno di classe che ha smesso di frequentare le lezioni, tra questi, un quarto addirittura ha più di tre compagni che non partecipano più alle lezioni. Tra le cause principali delle assenze:  dalla DAD, non vi sono solo problematiche tecniche nelle connessioni, ma anche la fatica a concentrarsi nel seguire la didattica da dietro uno schermo. La luce blu del computer  diminuisce la produzione di melatonina, il neurotrasmettitore cerebrale attivo nella regolazione del ritmo sonno-veglia. Per questo motivo si può avere l’impressione di essere più vigili nelle ore serali, ma la situazione di allerta continua anche nelle ore della notte, causando disturbi del sonno. Durante le ore diurne, poi, la situazione peggiora perché l’insonnia notturna si trasforma inevitabilmente in sonnolenza diurna, con calo della capacità di attenzione e di concentrazione. Il 35% degli studenti ha dichiarato di sentirsi più impreparato di quando andava a scuola in presenza e che quest’anno deve recuperare più materie dell’anno precedente. In alcune regioni dove gli studenti delle superiori sono stati in presenza non più di un paio di settimane da marzo 2019 a oggi, la situazione è ancor più seria e pone ad altissimo rischio non solo il futuro accademico e professionale di molti giovani, oltre alla stessa sussistenza economica e identità sociale.

Giorgia Andretti

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