
Un bambino racconta con precisione quello che ha ascoltato, fa domande interessanti e trova soluzioni originali. Quando deve leggere, però, si blocca, commette errori e impiega molto tempo. Gli adulti possono interpretare questa differenza come distrazione o scarso impegno. È invece una situazione che merita attenzione. La Settimana nazionale della dislessia, dal 5 all’11 ottobre 2026, offre l’occasione per ricordare che la fatica nella lettura non misura l’intelligenza di una persona.
La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento, o DSA, di origine neurobiologica, che riguarda soprattutto la correttezza e la rapidità della lettura. Il riconoscimento delle parole scritte richiede uno sforzo maggiore. Non dipende dalla pigrizia né da una scarsa volontà di imparare. Può associarsi ad altri DSA, che interessano l’ortografia, la scrittura o il calcolo, ma ogni bambino presenta caratteristiche e bisogni propri. Per comprendere la fatica, immaginiamo di dover decifrare ogni parola anche quando il testo è lungo. Una parte importante dell’attenzione viene assorbita dalla lettura, lasciando meno risorse per seguire il significato. Per questo un bambino può comprendere meglio un argomento quando lo ascolta rispetto a quando deve leggerlo autonomamente. La difficoltà nel decifrare il testo non va confusa con l’incapacità di ragionare sui suoi contenuti.
Una lettura molto lenta, numerosi errori, parole saltate, perdita del segno e affaticamento possono suggerire un approfondimento, soprattutto se persistono. Il bambino può evitare di leggere o manifestare disagio quando gli viene chiesto di farlo. Nessuno di questi segnali, preso isolatamente, permette però di formulare una diagnosi: nei primi tempi della scuola primaria, esitazioni ed errori fanno parte dell’apprendimento. Conta osservare l’andamento delle difficoltà e confrontarsi con gli insegnanti.
Quando le difficoltà sono persistenti, il primo passo è parlarne con la scuola e con il pediatra, che può orientare verso una valutazione specialistica. Questa comprende prove standardizzate e considera la storia del bambino, le opportunità educative e le possibili altre cause della difficoltà. La diagnosi di dislessia viene generalmente formulata dalla fine della seconda classe primaria. Ciò non significa aspettare quella scadenza senza intervenire: anche prima è possibile riconoscere una situazione di rischio e proporre attività di supporto. Un test trovato online o il confronto con un compagno non sostituiscono la valutazione professionale.
Il sostegno deve essere personalizzato. Libri digitali, sintesi vocale, mappe e tempi adeguati possono facilitare lo studio, secondo le indicazioni degli specialisti e il Piano didattico personalizzato, il PDP. La sintesi vocale, per esempio, permette di ascoltare un testo e concentrarsi sui contenuti. Questi strumenti favoriscono l’accesso all’apprendimento e l’autonomia; si affiancano agli interventi mirati sulle abilità di lettura quando indicati.
I compiti possono diventare un momento di tensione. Aiuta concordare attività sostenibili, prevedere pause e mantenere un dialogo con gli insegnanti. Rimproveri e paragoni con fratelli o compagni rischiano di aggiungere vergogna alla fatica. È più utile riconoscere l’impegno, valorizzare i progressi e lasciare spazio agli interessi in cui il bambino si sente competente. Spiegargli le difficoltà con parole comprensibili lo aiuta a dare un significato alla propria esperienza. La dislessia riguarda una parte del suo modo di apprendere, non definisce tutta la sua persona. Un’alleanza tra famiglia, scuola e professionisti può evitare che la fatica diventi una convinzione dolorosa: «Non sono capace». L’obiettivo è permettergli di imparare, partecipare e costruire fiducia nelle proprie possibilità.
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Direttore scientifico Guidagenitori.it