

La scorsa settimana la notizia che nessuno vorrebbe mai sentire, purtroppo si è verificata: un neonato di appena tre giorni ha perso la vita, probabilmente soffocato, mentre era allattato dalla mamma. La donna, distrutta da un lungo travaglio e da un parto difficile, provata dalle primissime ore del puerperio, lo aveva sistemato nel letto vicino a sé, mentre lo allattava. Vinta dalla stanchezza si era addormentata e il piccolo non è più riuscito a respirare. L’episodio ha dato il via ad accese discussioni e in molti si sono domandati: il rooming-in è pericoloso?
Il termine rooming-in significa letteralmente – in stanza insieme – è una modalità che da qualche decennio viene proposta alle neomamme che partoriscono in ospedale. L’intenzione era restituire all’ambiente ospedaliero, per molto tempo medicalizzato e asettico, una dimensione più umana e naturale del dopo-parto. Il rooming-in consiste nel tenere vicini mamma e neonato il più possibile, fin dalle prime ore di vita, invece che confinare il bebè nel nido come si faceva in precedenza. Il rooming-in ha infatti molti vantaggi: favorisce l’attaccamento mamma-figlio, aiuta la produzione dell’ossitocina ormone che avvia l’allattamento ed insegna alla donna a comprendere le primissime esigenze del piccolo. Tutto questo, però, deve avvenire in sicurezza, ossia con la presenza di infermiere ed ostetriche attive a fornire aiuto e supporto in caso di problemi e stanchezza. Nel caso accaduto a Roma, forse, non si sono verificate queste condizioni di sicurezza.
Le organizzazioni di salute e che si occupano di infanzia, tra le quali la Società Italiana di Neonatologia, la Società Italiana di Pediatria ribadiscono l’importanza di mantenere la pratica del rooming-in. La gestione separata di madre e neonato, tipica di epoche passate, ostacola l’avvio della relazione genitore-famiglia-neonato, e non è proattiva dell’allattamento. La condivisione del letto fra una madre vigile ed un neonato sano, messo in una posizione di sicurezza, è un fatto naturale, pratico, indiscutibile. Le società scientifiche però attualmente raccomandano di evitare la condizione del co-sleeping, ossia del dormire insieme, giudicata non sicura, Il suggerimento è riporre il bambino a fine poppata nella propria culla, in particolare quando non siano presenti altri caregiver come familiari o operatori sanitari. Questa prudenza è valida anche oltre la permanenza di mamma e bambino nel punto nascita e interessa tutti i primi sei mesi di vita del neonato.
I pediatri aggiungono che può capitare, nonostante tutte le cautele, che mamma e bambino possano spontaneamente addormentarsi nello stesso letto. Si tratta di un evento che richiama l’attenzione di tutti sulla corretta informazione per le famiglie sulla sicurezza del bambino durante il sonno. È vero infatti che a livello nazionale c’è carenza di personale sanitario, anche nell’area del percorso nascita. Questo però non è un motivo sufficiente per giungere ad ipotizzare proposte assistenziali che portano indietro nel tempo e che sono di minore qualità, come la gestione separata di madre e bambino. Le società scientifiche quindi
Giorgia Andretti
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