

Numerose evidenze indicano che fattori ambientali potrebbero contribuire all’insorgenza o alla intensità dell’autismo, specialmente durante le fasi critiche dello sviluppo fetale. Un recente studio condotto in California ha fornito nuovi dati che collegano l’esposizione della donna incinta al fumo provocato dagli incendi boschivi durante l’ultimo trimestre di gravidanza a un rischio più elevato di diagnosi di autismo nei figli.
Lo studio ha analizzato un campione di oltre 200.000 nascite avvenute tra il 2006 e il 2014 nello stato della California, regione colpita nel 2022 da uno dei più gravi incendi boschivi della storia dello stato. In particolare, i ricercatori hanno esaminato le relazioni tra l’esposizione a fumo di incendi boschivi durante la gravidanza e il rischio di autismo, evidenziando che le donne esposte per più di 10 giorni nel terzo trimestre avevano circa il 23% di probabilità in più di avere un bambino con diagnosi di autismo rispetto alle altre. Durante la gravidanza, il cervello del feto attraversa una rapida fase di crescita e organizzazione, rendendo questa fase particolarmente sensibile agli stress ambientali. Secondo Mostafijur Rahman, ricercatore principale e docente di scienze della salute ambientale alla Tulane University, questi risultati suggeriscono che il terzo trimestre rappresenti una finestra temporale critica durante la quale lo sviluppo cerebrale può essere più vulnerabile a fattori esterni come gli incendi boschivi. La ricerca ha inoltre utilizzato modelli sofisticati per valutare le concentrazioni di particolato sospeso di diametro inferiore a 2.5 μm – PM2.5 – principalmente derivanti dal fumo di incendi, e ha verificato che l’esposizione a questo tipo di inquinante in determinati giorni della gravidanza potrebbe influenzare lo sviluppo neurologico del feto.
L’eziologia dell’autismo è influenzata certamente da fattori genetici, ma anche da un aumento della consapevolezza e delle tecniche diagnostiche. Recenti ricerche hanno identificato quattro sottotipi biologici distinti dell’autismo, evidenziando una certa eterogeneità nella sua manifestazione. Tuttavia, il suo incremento non può essere spiegato esclusivamente dai fattori genetici, aprendo la strada alla considerazione di fattori ambientali come i puntuali episodi di inquinamento atmosferico, anche quelli verificatisi in prossimità del parto. Nel corso dello studio, i ricercatori hanno seguito circa 204.000 coppie madre-bambino, monitorando i bambini fino ai 5 anni di età e verificando le diagnosi di autismo tramite codici ICD-9 e ICD-10. È stato osservato che l’esposizione della madre al fumo derivato dagli incendi boschivi ha mostrato una relazione dose-risposta: maggiore era il numero di giorni di esposizione, più alta era la probabilità di diagnosi di autismo. In particolare, un’esposizione tra 6 e 10 giorni era associata a un aumento del rischio dell’11,8%, mentre oltre 10 giorni si traducevano in un aumento del 22,5%. La ricerca ha anche evidenziato che le esposizioni continue consecutive aumentavano ulteriormente i rischi, sottolineando l’importanza di considerare la durata e la continuità dell’esposizione nello studio dei fattori di rischio.
Le donne che non si sono trasferite durante gli incendi e un’esposizione di soli 3 giorni a concentrazioni di PM2.5 superiori a 3 μg/m3, si è associata a un rischio statisticamente significativo di autismo nei figli. Al contrario, livelli più elevati di PM2.5 sopra i 5 μg/m3 non hanno mostrato un’associazione chiara, il che suggerisce che la relazione tra inquinamento da incendi e autismo possa essere complessa e influenzata da vari fattori. Nonostante i risultati, lo studio presenta alcune limitazioni. I ricercatori non hanno potuto misurare altri potenziali mediatori dell’effetto degli incendi boschivi sullo sviluppo neuro cerebrale, come lo stress materno o altre sostanze inquinanti presenti in ambienti contaminati. Inoltre, potrebbe esserci una confusione dovuta a errori di classificazione, ad esempio nel caso delle donne che si sono trasferite durante gli incendi, il che potrebbe aver influenzato le stime di esposizione e rischio. Gli autori evidenziano comunque l’importanza di continuare a investigare questi legami, suggerendo che, in futuro, ulteriori studi potrebbero esaminare l’effetto combinato di esposizione a caldo e incendi boschivi, per comprendere meglio i meccanismi coinvolti e sviluppare strategie di prevenzione più efficaci.
Sahalima Giovannini