Il giorno magico previsto per il parto è cerchiato sul calendario ben in vista, è la data dello scadere della 40ma settimana di gestazione. Se il parto dovesse avvenire prima si parla di parto anticipato, mentre, se avviene dopo del fatidico giorno parliamo di ritardo sul tempo previsto. Può capitare che il ritardo, soprattutto nelle primipare, possa arrivare anche ad una settimana ed oltre, ma un limite per partorire in ritardo non può superare le 42 settimane senza che vengano effettuati i controlli necessari quotidianamente.
Quanto è lunga la gestazione
Il grande evento che per 280 giorni è stato immaginato sta finalmente arrivando anche se, nonostante i progressi raggiunti dalla medicina, ancora oggi nessuno è in grado di dire quale sia esattamente lo stimolo che da inizio al parto. Il sistema biologico personale di ogni donna sa quando il bambino è maturo abbastanza per spingerlo fuori dall’incubatrice che risiede dentro il nostro corpo: l’utero. Il tempo effettivo della gravidanza sono appunto i 280 giorni dal momento del concepimento, ma è difficile sostenere con esattezza il momento di inizio della gestazione. Molto dipende dalla regolarità del ciclo ovarico: il concepimento avviene infatti nell’arco delle 24 ore in cui avviene l’ovulazione. Nelle donne regolari, quindi con un ciclo di 28 giorni, l’ovulazione dovrebbe avvenire il 14mo giorno, ma l’errore biologico, soggetto alla minima variabile sia fisica che psichica, potrebbe far saltare la regolarità. Può capitare inoltre che non ci si ricordi perfettamente il giorno dell’ultima mestruazione ed ecco che il calcolo dei 280 può subire degli errori di valutazione. Una attenta valutazione dei parametri di controllo a disposizione del ginecologo e dell’ostetrica sono di aiuto nel limitare i rischi di una sofferenza fetale.
Le indagini dopo la 40ma settimana
Negli ultimi 15 giorni di gravidanza, iniziano una serie di modificazioni a carico dell’utero il quale inizia a contrarsi con una certa frequenza e per effetto di queste contrazioni la cervice, cioè la parte terminale detta anche “collo” inizia ad assottigliarsi per permettere il massimo della dilatazione e per consentire il passaggio del bambino. In seguito a queste modificazioni si ha una discesa della testa del bambino nella parte inferiore del bacino della mamma, con un abbassamento del fondo dell’utero. Quando, durante la visita ginecologica, il dottore dice che la cervice è matura al 50%, significa che il collo si è assottigliato di circa la metà della misura originaria. Il responso della visita, però, potrebbe mostrare una situazione diversa, ossia che il collo non assume la consistenza soffice che dovrebbe avere. Vengono quindi attivati dei controlli quotidiani per verificare l’andamento della gravidanza ed il benessere del bimbo. I controlli possono così essere riassunti:
Quando indurre il parto
Quando con certezza si è stabilito che sono passate 41 settimane dall’ultima mestruazione, se la donna è diabetica o soffre di ipertensione e la cervice è soffice e pronta alla dilatazione, il parto può essere indotto con l’applicazione di gel alle prostaglandine. Alcuni ginecologi possono scegliere di arrivare anche alla 42ma settimana seguite però da un monitoraggio quotidiano. Il momento in cui il valore della quantità di liquido amniotico scende del valore 5, il battito fetale non segue le oscillazioni, ed il liquido amniotico assume la colorazione verde/scuro: segnale della presenza del meconio, è necessario indurre il parto anche se il collo non ha assunto la consistenza soffice che preclude alla dilatazione. Deve essere posta molta attenzione al tipo di induzione al parto da mettere in atto ovvero se con l’utilizzo di ossitocina o con l’amnioressi. Con il metodo chimico alla gestante viene applicata una flebo di un ormone sintetico simile all’ossitocina normalmente prodotta dall’ipofisi della madre e del bambino, che provoca le doglie. L’amnioressi, che consiste nella rottura artificiale delle membrane, si pratica inserendo, attraverso il collo dell’utero, uno strumento di plastica simile a un uncino per pungere le membrane. La procedura non procura dolore e nemmeno fastidio alla donna. In casi estremi, quindi necessari alla vitalità del feto, si può e si deve ricorrere anche al cesareo.
dott.ssa Rosalba Trabalzini