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Bebè in ritardo, scattano i controlli

Tracciato cardiotocografico, amnioscopia, ecografia : sono gli esami per monitorare la gravidanza dopo la 14ma settimana: quando sono utili, come si fanno, a cosa servono.

Quasi tutte le gravidanze durano nove mesi, vale a dire 40 settimane circa. Qualcuna, però, supera la fatidica “data presunta per il parto”, il giorno in cui, secondo i calcoli del ginecologo, dovrebbe aver luogo la nascita. Secondo gli esperti, poi, circa il dieci per cento delle gravidanze arriva addirittura a 41 settimane e qualche giorno. In questi casi, in cui si parla di gravidanza protratta, la mamma e il bimbo vanno sottoposti a controlli accurati, per escludere l’eventualità di qualsiasi rischio.

Perché servono i controlli
Dalla 40esima settimana in poi, la placenta, l’organo ricco di vasi sanguigni che ha nutrito e protetto il feto durante la gestazione, è più “vecchia”, quindi non più perfettamente in grado di soddisfare la richiesta di ossigeno e nutrienti. Anche il liquido amniotico in cui il piccolo si trova immerso viene prodotto in quantità minore. Il feto stesso ormai ha raggiunto dimensioni tali che può avere qualche problema a venire al mondo, poiché non riesce a transitare agevolmente nel canale vaginale al momento del parto. Il ginecologo che segue la gestante stabilisce allora una serie di controlli, per accertarsi che il bimbo stia bene. Se tutto procede normalmente e dagli esami risulta che mamma e feto sono in salute, non si interviene fino alla 41esima settimana. Superata questa data, però, si preferisce indurre il parto. Almeno due volte la settimana o addirittura a giorni alterni, quindi, il ginecologo sottopone la mamma a una visita accurata, durante la quale controlla la posizione del feto (che deve essere sempre con la testina rivolta verso il canale del parto), ascolta il battito cardiaco e verifica che la cervice uterina sia morbida ma ancora in grado di sostenere il peso del feto. Inoltre misura alla gestante la pressione arteriosa.

A cosa serve il tracciato cardiotocografico
Un controllo molto importante, che in genere viene eseguito a giorni alterni al compimento della 40esima settimana, è il tracciato cardiotocografico o CTG. Si tratta di una registrazione su carta (simile all’elettrocadiogramma, per intendersi) dell’attività cardiaca fetale e delle contrazioni dell’utero. È un controllo indolore e del tutto innocuo per mamma e bambino. Si effettua attraverso un apparecchio, il cardiotocografo, costituito da una sorta di scatola, collegata a due trasduttori e provvisto di due fasce elastiche. La gestante viene fatta sdraiare su un lettino o sedere in poltrona, con il pancione scoperto. Il ginecologo o l’ostetrica applica all’addome i trasduttori, fissati con le fasce elastiche. I trasduttori vanno applicati in punti precisi. Uno dei due è infatti un rilevatore a ultrasuoni del battito cardiaco, che va collocato circa a metà dell’addome materno, dove si ha una migliore percezione del battito del feto. Il rilevatore registra le variazioni delle pulsazioni e le trasmette all’apparecchio, che le registra su una striscia di carta sotto forma di un tracciato. Le pulsazioni del feto devono oscillare tra le 120 e le 160 al minuto e non restare costanti (in questo caso può essere segno di sofferenza fetale). Il secondo trasduttore è un misuratore meccanico delle contrazioni uterine e va posto in corrispondenza della parte inferiore dell’utero. Quando l’utero si contrae, effettua una pressione sul rilevatore. La contrazione viene allora trasmessa all’apparecchio e registrata sulla striscia di carta.

A cosa servono le ecografie
L’ecografia è un altro esame importante e innocuo per mamma e bambino, che si serve dell’impiego degli ultrasuoni. Nelle gravidanze oltre il termine, permette di misurare la cosiddetta “falda di liquido amniotico”, cioè verificare la quantità di liquido amniotico in cui è immerso il feto. Questo deve essere sufficiente a garantire il benessere del piccolo. Perché il feto stia bene, l’AFI (che sta per Amniotic Fluid Index, cioè Indice di Liquido Amniotico) deve essere maggiore di cinque. Una diminuzione di tale quantità può segnalare una perdita di liquido attraverso una breccia nel sacco amniotico, oppure un riassorbimento del liquido stesso in conseguenza di una ridotta funzionalità della placenta, che non ne produce più una quantità sufficiente. L’ecografia consente inoltre di controllare lo stato di salute della placenta, che a volte, quando la gravidanza si protrae, non è più in grado di nutrire a sufficienza il feto. Al controllo ecografico una placenta invecchiata appare raggrinzita e di dimensioni ridotte. Infine, l’ecografia permette di verificare la posizione e la vitalità del bimbo in base anche ai movimenti che compie. Oltre all’ecografia è possibile effettuare la flussimetria doppler, un esame che stabilisce se gli scambi di sostanze nutritive e di ossigeno tra mamma e bambino attraverso la placenta avvengono in modo regolare.

Sempre più raro il ricorso alla amnioscopia
L’amnioscopia, cioè il controllo del liquido amniotico, si effettua introducendo in vagina uno strumento metallico. Questo proietta nell’utero un fascio di luce che illumina l’ambiente interno e controlla la quantità e il colore del liquido amniotico. Un’eventuale colorazione scura è dovuta alla presenza di meconio (le prime feci prodotte dall’intestino del feto) e segnala una sofferenza fetale. In questo caso è opportuno avviare il parto. Se il liquido è limpido, invece, vuol dire che la gravidanza sta procedendo bene. L’amnioscopia in passato era molto usata e veniva effettuata almeno due volte la settimana dopo la scadenza del termine presunto per il parto. Oggi, molti ginecologi preferiscono effettuare il monitoraggio con il tracciato cardiotocografico e l’ecografia. L’esame amnioscopico può infatti accelerare il parto. Oltre a questi controlli medici, sono importanti le verifiche da parte della mamma. La gestante stessa può infatti effettuare il MAF, cioè il conteggio dei Movimenti Attivi Fetali: se sono vivaci vuol dire che il bimbo sta bene. Ecco come si deve fare: al mattino, dopo colazione, la donna si pone in posizione sdraiata per un’ora e conta i movimenti del bimbo. Se sono intensi e almeno in numero di dieci significa che è tutto a posto, in caso contrario è bene avvisare il ginecologo. Il controllo va eseguito tutti i giorni dalla 40a settimana.

 

Roberta Raviolo

 

Ha collaborato:
dott.ssa Rosalba Trabalzini

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