La scuola cattolica, cosa vuole comunicare il film

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La scuola cattolica, cosa vuole comunicare il film

la scuola cattolica

È stato doveroso per me andare a vedere il film che sta facendo discutere l’opinione pubblica, non solo per la decisione presa dalla Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, incaricata dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura, ma soprattutto perché in questi giorni sto lavorando ad un libro sugli omicidi compiuti sulle donne. Durante la mia ricerca non ho solo studiato gli atti dei vari processi, ma ho anche lavorato in un istituto penitenziario come psichiatra, con contatti diretti con alcuni personaggi particolari. Sono quindi ben documentata.

Tratto dal libro vincitore del Premio Strega del 2016

La sceneggiatura del film non lascia ben comprendere una serie di passaggi, passa infatti da una prima parte dove mostra il bigottismo cattolico e l’interno di tre famiglie disastrate, per saltare sui fatti del massacro del Circeo, offrendo un’immagine di aggressività estrema, non permettendo però di comprendere cosa ci fosse nelle retrovie di tanta malvagità. Sicuramente trasferire sullo schermo il libro di Edoardo Albinati, 1.294 pagine e dieci anni di scrittura, non è stato semplice. Avevo venticinque anni nel 1975 e da persona che conosce profondamente come sono andate le cose, posso affermare che non si è rappresentata la completa realtà di quegli anni ma solo una ideologia personaleLa mia conoscenza dei fatti è dovuta non solo al racconto, ma soprattutto al lavoro di introspezione e analisi personale compiuta su Angelo nel corso del mio lavoro nell’Istituto Penitenziario, l’unico dei tre violentatori e omicida che sta scontando l’ergastolo. A differenza di Gianni, che è oggi libero per aver scontato la pena e di Andrea, morto nel 1994 all’estero, Angelo resterà a vita in una cella per aver ucciso ancora dopo aver conquistato la semi-libertà.

Gli anni settanta sono stati anni di violenza esplicita

Dietro i fatti scellerati narrati dal film ci sono stati ben altri fattori oltre la scuola cattolica e la degenerazione famigliare: il disagio mentale infarcito e coltivato dalla violenza che si respirava in quelli anni. Di certo non possiamo dimenticare l’impressionante violenza manifestata, indipendentemente dalla matrice politica, rossa o nera era indifferente. Noi che abbiamo vissuto gli anni settanta ben abbiamo conosciuto la dicotomia in cui eravamo costretti a vivere in quei giorni di terrorismo aperto: avremmo potuto essere vittime inconsapevoli o aggressori mascherati da perbenismo.  Alle lotte pseudo-politiche si aggiunge la rivoluzione culturale del momento, assolutamente da non mettere in secondo piano: l’inizio del femminismo attivo e la vera liberazione di noi donne e il referendum sul divorzio, entrambi fatti che hanno dato una sferzata al bieco moralismo, purtroppo, non solo cattolico. Ed infine, elemento principe su ogni altra forma di violenza: Arancia Meccanica, il film di Stanley Kubrick che tra il 1972 e 1973 ha collezionato riconoscimenti dalle principali mostre cinematografiche dai BAFTA agli Oscar, dalla Mostra di Venezia al Golden Globe, solo per citarne alcuni. Di fatto il grande schermo ufficializzava in modo estasiato la violenza liberandola dalla malvagità.  Non possiamo dimenticare che l’aggressività è parte intrinseca del nostro bagaglio genetico e solo  l’educazione,  l’approvazione o la riorganizzazione   la può rendere positiva.

Gli spettatori del film La Scuola Cattolica ricevono un messaggio non corretto

Agli spettatori viene offerta solo una chiave di lettura della violenza, quella della falsa moralità cattolica, quella del perbenismo delle famiglie che alla chiesa si assoggettavano per ottenere privilegi altolocati. Ridurre la violenza a stato emotivo maturato negli ambienti cattolici, come unica chiave di lettura, non fa un buon servizio alla storia delle conquiste degli anni a seguire, ovvero le battaglie di noi donne per raggiungere la nostra vera emancipazione all’interno delle famiglie. L’aver vietato la visione del film ai minori dei diciotto anni è quindi corretto, soprattutto perché il film è stato realizzato con i fondi della Regione Lazio che, come tale, è corresponsabile della diffusione del messaggio .

Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra, Psicoterapeuta cognitivista, Laurea in Psicologia Clinica

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