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salute mentale
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Il trauma collettivo che il mondo ha vissuto con la pandemia, ha permesso di far emergere e quindi parlare  del disagio psichico e della conseguente salute mentale. A rendere  i termini del disagio psichico più comuni, dovebbero essere  i comunicatori, sia pubblici sia privati, così da  aumentare il grado della consapevolezza e il riconoscimento della salute mentale fin dall’adolescenza. Quando si parla di salute sarebbe opportuno non fare più la distinzione tra salute fisica e salute psichica, è solo della salute che bisogna parlare. Di fatto, il cervello altro non è che un organo al pari del cuore o del fegato. Il primo organo della cui sanità ci dovremmo occupare è il cervello, è lui il grande regista della salute di ognuno di noi.

Come ci si sente a vivere con la malattia mentale

Il mio primo incontro con il disagio psichico aiuterà a capire il perchè della mia battaglia, da sempre, verso la sensibilizzazione della malattia mentale. Ho iniziato il mio percorso nella psichiatria come infermiera nel lontano 1968, presso l’Ospedale Santa Maria della Pietà, il manicomio di Roma. Il mio primo giorno di servizio terminò alle quattordici. La mattinata mi aveva offerto offerto su un piatto di ferro la mia nuova vita. Per quel mese ero destinata alla prima sala di sorveglianza cui facevano capo quaranta pazienti, dal loro risveglio fino al pranzo e, se non fosse arrivata la sostituzione, fino alla cena oltre ai preparativi per la notte. Passai  le mie prime giornate di lavoro insieme alle pazienti affidatemi, chiusa a chiave in un grande salone la cui visibilità era fortemente compromessa dal fumo di sigaretta tanto da farlo apparire una camera a gas. Fortunatamente il salone si apriva su un giardino con la doppia recinzione e quattro  grandi tigli in fiore al centro rendevano il giardino al pari di una micro oasi. Ogni tanto uscivo fuori  in giardino  per fare una immersione di ossigeno puro. Arrivò il turno di conoscere Lidia, una ragazza di solo qualche anno più grande di me, sembrava fosse ben orientata ed era lei che voleva sapere di me, era lei che mi faceva domande su domande ed io, abbastanza intimorita, rispondevo come una scolaretta alla sua prima interrogazione.  Voleva sapere tutto di me, cosa facessi nel tempo libero e se avessi un fidanzato. Cercavo di essere disponibile e serena nel darle le risposte, non sembrava fosse una ragazza con problemi psichici. Passammo molto tempo sedute una accanto all’altra. Volevo cercare la ragione del suo ricovero ma non capivo, mi sembrava tutto fosse normale fino a quando cominciò a dirmi: “Tu non sai  quanto sei fortunata, questa sera puoi tornare a casa  dalla tua famiglia, puoi incontrare i tuoi amici e passare del tempo con loro. Io no, io resterò per sempre chiusa tra queste mura, io non ho la chiave per uscire a vivere la vita come fanno tutte le ragazze! Vorrei tanto avere un fidanzato. Vorrei  capire cosa è un bacio. Tu lo hai provato? Cosa si sente? E … hai provato a fare l’amore? Ecco, tu potrai fare tutte queste  e io non le potrò fare mai.” La sua voce cambio’ tonalità, da un semplice sussurro iniziale, simile a un gemito, passò gradualmente ad urlare. Il suo era un  grido disperato, il grido di chi vede la vita scorrerle davanti agli occhi senza poterla mai afferrare. Non so più a che punto del suo lungo monologo le lacrime iniziarono a scorrere sul mio viso senza sosta, so solo che finimmo abbracciate sotto lo sguardo incuriosito delle altre pazienti. Se non ci fosse stata quella comunione di sentimenti tra me e Lidia, non avrei mai  capito quanto possa essere forte il dolore della sofferenza psichica. E’ stato quello il momento in cui ho giurato a me stessa che mi sarei adoperata per diventare una brava psichiatra per aiutare tutti quelli che soffrono nell’anima e nel corpo.

La ricerca e l’industria farmacologica molto hanno fatto dal quel 1968

Oggi abbiamo a disposizione la farmacoterapia, intersecata con la psicoterapia CBT,  per tenere sotto controllo la sintomatologia psichiatrica, l’importante è poter intervenire agli albori del problema, quando è possible rimodulare il sistema dopaminergico, la sostanza  che mette in contatto tra loro i neuroni, alla base del disagio, intervenendo prima che i neurodomulatori cronicizzino il loro turnover .

C’è ancora tanto fraintendimento sulla malattia mentale

I termini depressione e ansia sono spesso gettati lì casualmente, a volte confondendo le persone sulla vera profondità e persistenza dei sintomi. Altre malattie come il disturbo bipolare e la schizofrenia sono troppo spesso avvolte nella vergogna a causa dei sintomi intensi non sempre compresi. Nella comunicazione della malattia, alcuni film e media,  possono danneggiare anziché facilitare il percorso, facendo credere che le persone con malattie mentali siano pericolose o non degne dello stesso amore e cura delle persone, al pari delle altre diagnosi mediche. In questo modo lo stigma della malattia mentale continuerà a filtrarsi nel nostro mondo, non facilitando il percorso terapeutico che molte persone devono affrontare. Al contrario, condividere il disagio psichico, sapere di non essere i soli a soffrirne, aiuta ad annullare la vergogna e il dolore, ma soprattutto, aiuta a credere che non si ha nulla di meno dei così detti: sani di mente.

Rosalba Trabalzini

Infermiera psichiatrica, Medico Psichiatra,

Psicoterapeuta CBT, Laurea in Psicologia Clinica

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