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Anoressia, disturbo alimentare psicogeno antico

anoressia
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Il modo in cui parliamo ai nostri figli del loro aspetto fisico e le regole imposte, potrebbero avere effetto su di loro per tutta la vita. La madre di Santa Caterina da Siena doveva essere proprio così, la Santa è stata la prima paziente anoressica ricordata nella storia. Allo stesso modo, anche il nostro atteggiamento nei confronti del cibo potrebbe esporre i ragazzi a manifestare disturbi alimentari di natura psicologica, come anoressia, bulimia o forme miste. Il peso maggiore del disturbo è però dovuto all’ambiente familiare. Nel passato dei pazienti con disturbi dell’alimentazione si riscontra l’influenza di un tipico ambiente familiare caratterizzato da una comunicazione ambigua e contraddittoria. Quando tutti questi elementi vengono ad associarsi, si crea uno stile di attaccamento verso le figure di riferimento ambiguo ed indefinito. Puntiamo quindi i riflettori sulla tipica famiglia di un potenziale paziente con disturbo alimentare, infatti anche i ragazzi hanno iniziato a soffrirne.

Alla base dell’anoressia una famiglia particolare

I genitori solitamente sono persone molto attente agli aspetti formali della vita e alle apparenze sociali. L’obiettivo fondamentale, in questo caso, è quello di dare ai propri figli l’immagine di un matrimonio felicemente riuscito, con la conseguenza che anche il più piccolo problema viene ignorato per evitare di manifestare qualsiasi tipo di difficoltà.
Per questi genitori è importante apparire completamente dediti al benessere dei figli. In realtà questo atteggiamento è necessario a loro, così da sentirsi a proprio agio. Ecco allora che troviamo una madre totalmente concentrata sui figli: iperprotettiva, iperpresente e soprattutto… ipercontrollante. In un simile contesto, ai figli è preclusa la possibilità di esprimere le proprie emozioni ed opinioni, debbono dare sempre il meglio, ecco perché a scuola sono sempre i più maturi, i più educati, i più bravi. Per contro sviluppano un senso di inaffidabilità sulla propria capacità di riconoscere le sensazioni interne: ad esempio la fame, la sazietà, la stanchezza. I ragazzi sono abituati a mangiare ad orario, indipendentemente se si ha fame o meno, oppure andare a letto a tale ora soltanto perché si è stabilito che è necessario dormire tale numero di ore.

La delusione arriva dal grande assente: il padre

Nel periodo che va dalla fine della fanciullezza all’inizio dell’adolescenza i ragazzi sviluppano un sentimento di delusione nei confronti del genitore preferito, mettendo in crisi il già precario equilibrio psicofisico. Questo percorso, che precede l’arrivo dell’adolescenza, porta inevitabilmente ad un riordino ed una riappropriazione del sé partendo da ciò che prima era impossibile realizzare: uscire dal controllo materno ma, paradossalmente, non essendo capaci di controllare e riconoscere le proprie sensazioni interne, i ragazzi iniziano da ciò che sono capaci di fare: il controllo di sé attraverso la razionalità. Ed è proprio con razionalità e metodicità che affrontano il capitolo dell’alimentazione. È questo il periodo in cui si iniziano le diete: prima ci si prefigge un risultato e poi, raggiunto quello, si sconfina nell’irrazionalità adottando regimi alimentari sempre più rigidi, senza riuscire a fissare veramente alcun termine.

Prevenzione è alla base dei disturbi alimentari psicogeni

Cosa fare per prevenire l’anoressia, il disturbo più doloroso della neuropsichiatria?

  • Rispettare i tempi dei ragazzi: lasciarli mangiare se hanno fame o farli smettere se non hanno più appetito.
  • Evitare l’imposizione di orari troppo rigidi per andare a dormire o per alzarsi. Il rispetto delle regole è necessario ma possono essere concesse delle deroghe purché non si discostino di molto dagli “accordi”
  • Insegnare ai ragazzi a riconoscere il gusto dei cibi.
  • Creare un’atmosfera di piacevolezza e di intimità al momento di andare a tavola.
  • Tenere radio e televisione rigorosamente spente durante i pasti.
  • Evitare di pretendere dai ragazzi prestazioni scolastiche o sportive troppo ambiziose.
  • Rispettare le loro predisposizioni naturali senza imporre scelte non condivise.
  • Offrire sempre un’immagine il più reale possibile della famiglia.
  • Evitare di porsi agli occhi dei ragazzi come modelli infallibili.

Ovviamente queste poche regole non costituiscono un rimedio infallibile, ma possono essere lette come un piccolo supporto per non incorrere in atteggiamenti che possono favorire l’insorgere del disturbo alimentare psicogeno. Il disturbo che può togliere la vita.

Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra – Psicoterapeuta CBT – laureata in psicologia clinica

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