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Figli della pubblicità

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Un’indagine sulle reazioni emotive dei bambini davanti agli spot conferma i rischi di modelli “distorti”

La Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’Onu il 20 ottobre del 1989, prevede anche per i bambini il diritto all’informazione, inteso come possibilità per i minori di venire a conoscenza delle cose che accadono, senza limitazione o filtri che ne possano impedire l’autonomia di pensiero. L’accesso ai principali mezzi di comunicazione rappresenta quindi un diritto ed una opportunità che deve essere garantita ad ogni minore ma, nell’ambito della comunicazione possono celarsi insidie o pericoli che potrebbero raggiungere i bambini e per i quali è necessario predisporre adeguate forme di tutela. Ed è proprio allo studio di adeguate forme di tutela che si dedica l’Osservatorio sull’immagine dei minori in tv e pubblicità, un’iniziativa promossa dall’Unicef e arrivata al suo quarto anno di attività.

Sotto esame le reazioni dei preadolescenti
L’ultima indagine dell’Osservatorio, i cui risultati sono stati resi noti dall’Unicef-Italia alla fine di marzo, ha valutato le reazioni emotive di 700 preadolescenti, tra i 10 e i 12 anni, ad alcuni spot pubblicitari (tra cui Breil, Sector, Vodafone e Rovagnati), trasmessi in tv nel momento di massimo ascolto, quello della prima serata, in cui anche i bambini sono generalmente davanti alle tv. Lo strumento utilizzato è stato un questionario, adeguatamente strutturato per evidenziare i giudizi e le reazioni dei ragazzi ai diversi messaggi pubblicitari, cercando anche di cogliere gli aspetti dei valori percepiti e quelli indotti. Gli spot si dividono generalmente in due categorie: quelli maggiormente basati sulle informazioni e quelli più basati sulle emozioni. Entrambi di solito hanno al centro il prodotto, ma con vistose differenze. I primi (tipo Rovagnati, “simpatici ma un po’ noiosi” secondo i bambini), costruiscono intorno al prodotto una storia più normale, vale a dire basata sulla quotidianità, più coerente e più comprensibile. I secondi puntano non tanto a farsi capire, quanto a farsi “adottare” dallo spettatore, catturandolo grazie a emozioni forti. (tipo Breil o Sector).

Uomini belli e vincenti
La maggior parte dei piccoli intervistati sembrano accettare acriticamente, come un modello di riferimento, la figura dei protagonisti di alcune pubblicità, al punto che oltre l’80% dei bambini ha dichiarato di riconoscersi, in particolare, nei personaggi che reclamizzano prodotti Breil, Vodafone e Sector. I nostri bambini sognano di essere aggressivi, belli, vincenti e senza problemi come i protagonisti della pubblicità, persino quando ne riconoscono l’impossibilità reale, quando cioè hanno ben chiaro che la finzione è impraticabile per loro. Indicativo in questo senso il risultato delle reazioni agli spot delle due marche di orologi: la media degli intervistati vorrebbe molto essere il personaggio no limits di Sector e, su una scala di valori da 1 a 10, attribuiscono 8 al voler essere e più di 5 al poterlo realmente ottenere. Stesso ragionamento vale per Breil (quanto vorresti: 7,5 – quanto potresti: oltre 5). Considerando la giovane età degli intervistati, si potrebbe dire che in fondo si rendono conto che i limiti esistono, ma la consapevolezza che quel modello è inarrivabile può provocare gravi frustrazioni nel preadolescente.

Donne aggressive e trasgressive
Secondo l’indagine, ad avere aspirazioni plasmate sui modelli proposti dalle pubblicità, sono soprattutto le bambine. In primo luogo perché sempre più spesso le protagoniste degli spot televisivi sono donne, sia in ruoli tradizionali che trasgressivi; poi perché destinatarie della maggior parte dei messaggi promozionali sono soprattutto le femmine, ed infine perché i modelli femminili proposti dalla televisione spesso coincidono con i modelli femminili proposto dagli spot: donne bellissime, protagoniste, a volte aggressive e trasgressive, nessuna delle quali svolge un lavoro normale in un normale ambiente di lavoro. Il rapporto punta quindi l’indice contro l’aggressività e la trasgressività insite nella tecnica pubblicitaria. La trasgressività, mediata da una mente formata dall’esperienza, può essere considerata semplicemente divertente o inconsueta. Ma la giovane età degli intervistati non prevede ancora questo tipo di mediazione, con il rischio che i bambini possano ritenere “normali” i comportamenti aggressivi e trasgressivi tipici di certi spot pubblicitari.

In discussione il rapporto genitori-figli
Per quanto riguarda le relazioni familiari, già in una precedente ricerca l’Osservatorio dell’Unicef aveva sottolineato come, il desiderio di imitazione derivato dagli spot, rischi di incrinare il rapporto genitori-figli. Infatti la televisione diventa il luogo dell’esperienza, dell’apprendimento dei modelli, il che toglie autorevolezza e sicurezza ai genitori, i quali si trovano a volte a cedere a richieste che non trovano corrette da parte dei figli, o per stanchezza, o presi da sensi di colpa, o magari nel timore che il figlio possa sentirsi diverso rispetto ai compagni. I bambini a loro volta si abituano a gratificarsi attraverso il consumo, “con il rischio riporta l’indagine – di assumere una visione materialista della vita, in cui le soddisfazioni non derivano dal perseguimento di scopi sociali e valoriali, ma dal puro ottenimento di beni materiali”. C’è però una novità positiva in quest’ultima ricerca e riguarda un maggior riconoscimento dell’azione educativa di genitori e insegnanti. L’intervento dell’Osservatorio sull’immagine dei minori in tv e pubblicità, è stato infatti realizzato in collaborazione con le scuole e le famiglie – reputati dagli stessi bambini luoghi privilegiati dell’apprendimento per lo sviluppo di una visione critica degli stimoli che i bambini in età pre-adolescenziale ricevono dalla pubblicità. Senza trascurare il confronto costruttivo tra coloro che la pubblicità la subiscono e quelli che la creano e utilizzano come strumento commerciale.

In Rete
www.unicef.it

 

Marina Zenobio

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