Pesach: dalla schiavitù alla libertà tra storia e memoria

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Pesach: dalla schiavitù alla libertà tra storia e memoria

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Circa 3.200 anni fa Giacobbe con i suoi figli si trasferì in Egitto per riunirsi a Giuseppe, divenuto viceré. I suoi discendenti crebbero numerosi ma conservarono il monoteismo di Abramo; questo li rese diversi agli occhi degli egiziani e alimentò sospetto, discriminazione e infine persecuzione. Un nuovo Faraone ridusse gli Israeliti in schiavitù e, vedendo che continuavano a moltiplicarsi, ordinò di uccidere tutti i figli maschi alla nascita. Jochebed, donna della tribù di Levi, rifiutò di obbedire: pose il figlio in un cesto sul Nilo nella speranza che fosse salvato. La figlia del Faraone lo trovò e lo allevò come suo figlio: quel bambino fu Mosè — il cui nome significa “salvato dalle acque”.

Chi di noi nonni non ricorda il celebre film degli anni Cinquanta — I Dieci Comandamenti? Con un filo di apprensione ricordiamo la scena in cui l’angelo della morte mandato dal Signore passava nelle vie deserte del villaggio degli Ebrei in Egitto, causando la morte di tutti i primogeniti, tranne di quelli che si trovavano in una casa con la porta segnata da sangue di agnello. È un’immagine fortemente simbolica, una trasposizione scenografica di un reale racconto della Bibbia: la notte prima della Pasqua, in ebraico Pesach — il passaggio. Infatti, in quella notte l’angelo nero passò oltre le case degli Israeliti, mentre essi si nutrivano con cibo rituale: carne di agnello, pane non lievitato ed erbe amare.

La celebrazione dell’uscita dall’Egitto

Il giorno dopo, ci fu ancora un “passaggio” — quello che, dall’Egitto, portò il popolo di Israele a raggiungere la loro terra d’origine, come viene narrato nel libro della Bibbia di Esodo, ovvero, l’uscita. La Pasqua ebraica celebra la liberazione dalla schiavitù e l’uscita da una terra ormai nemica per tornare alle origini. Da questo episodio trae origine anche la Pasqua dei Cristiani. Infatti secondo il Vangelo, Gesù fu messo in croce proprio nei giorni che precedevano la celebrazione della Pasqua ebraica. Oggi, però, le due feste non potrebbero essere più diverse. Ancora oggi, in Israele e nelle famiglie di culto ebraico osservanti della tradizione, il giorno che precede la Pasqua, tutti i primogeniti delle famiglie sono tenuti a osservare il digiuno, in ricordo dei primogeniti egiziani che persero la vita all’arrivo dell’angelo della morte. Il resto della famiglia si può nutrire solo con cibi azzimi, cioè non lievitati. È anzi tradizione che i bambini di casa, con un lume acceso e accompagnati dal papà, controllino accuratamente ogni angolo della casa, per essere certi che non ci sia nemmeno un frammento dei cibi lievitati.

I cibi rituali delle cene in famiglia

Le due sere precedenti la vigilia di Pasqua, invece, si tiene la cerimonia del Seder: tutta la famiglia, amici compresi, si riunisce per celebrare insieme la ricorrenza. Nella tradizione dell’Ebraismo, è questo un momento bello e commovente, si sta tutti insieme, si canta, si mangiano i cibi tradizionali e si ricordano i momenti storici scritti nel Vecchio Testamento, quelli che rappresentano la vera identità più profonda per ogni Ebreo. Il cibo messo sulle tavole è rappresentato dai tre pani azzimi, posti l’uno sopra l’altro, per simboleggiare le tre tribù di Israele: Khoen, Levi e Israele. Viene consumata la carne di agnello, proprio come nella notte prima dell’esodo, e le uova bollite, simbolo dell’eternità della vita, insieme alle erbe amare, a ricordare l’amarezza della schiavitù in Egitto. Conclude il pasto il Charoseth, una salsa dolce realizzata con le mele, datteri, uvetta e spezie, nella quale si intinge il pane azzimo. Dolce e deliziosa, la salsa Charoseth ha in realtà un significato molto forte: di colore marroncino, simboleggia il fango con il quale gli Israeliti per secoli fabbricarono i mattoni per costruire le piramidi. E per finire si consuma il sedano immerso nell’aceto, per ricordare che ogni essere, anche il più umile, può arrivare alla redenzione. La celebrazione della Pasqua ebraica è insomma un momento in cui la tradizione antica torna con forza a farsi sentire, unendo giovani e vecchi nel ricordo di un passato sempre più attuale.

Lina Rossi

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