Fa discutere la proposta di ripristinare la divisa nelle scuole italiane: genitori, docenti e psicologi divisi
L’Italia è stata tra i primi Paesi a seguire, a fine Ottocento, l’esempio francese introducendo i grembiuli nelle scuole, pur non avendo mai reso esplicito l’obbligo alla divisa. Successivamente, nel Regio Decreto del 4 maggio 1925, si parlava genericamente di “obbligo morale” a un abbigliamento consono all’ambiente scolastico. E anche nello statuto della scuola secondaria sottoscritto nel 1998 si invita al rispetto formale per l’istituto, senza però mai nominare grembiuli o divise. Fa dunque discutere la recente proposta lanciata dall’ ex giornalista del Tg4 Gabriella Giammanco, ora parlamentare del Pdl, di far indossare obbligatoriamente il grembiule agli alunni delle scuole elementari. Una proposta che lo scorso primo luglio, durante un’audizione in Parlamento, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha accolto con favore dichiarando: “Soprattutto ora che anche tra i giovanissimi va tanto di moda l’abbigliamento firmato, tornare alla divisa scolastica non sarebbe solo un fatto di ordine ma anche di uguaglianza sociale tra ragazzi”.
I pareri di genitori, docenti e consumatori
Parzialmente favorevole il Coordinamento Genitori Democratici (CGD) che, per voce della presidente Angela Nava, ha fatto sapere che la sua associazione non ha nulla in contrario al ripristino dell’obbligo del grembiule perché nel merito la proposta contiene delle verità ma, ritenendo che i problemi della scuola italiana siano ben altri, non può rappresentare una soluzione né essere imposta come tale. In effetti, nel momento in cui la manovra economica sulla scuola pubblica formulata dell’attuale governo (sono previsti 140 mila tagli nel settore) rischia di avere ricadute disastrose sulla scuola stessa – aumento del numero degli alunni per classe, riduzione dell’orario scolastico, cancellazione del tempo pieno, ritorno al maestro unico e riduzione degli insegnanti di sostegno parlare di fiocchi e grembiulini sembra più una questione di forma che non di sostanza, perché l’uguaglianza tra i bambini è data soprattutto dal rispetto del diritti all’istruzione per tutti. Nettamente contraria perciò, all’interesse mostrato dal ministro Gelmini per l’abbigliamento degli alunni, la Federconsumatori che invece è preoccupata soprattutto per la situazione in cui si troveranno famiglie e scuola dell’obbligo con la nuova manovra economica sulla scuola. Ne fa invece una questione di “autonomia” Giorgio Rembaldo, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP) che si dichiarato totalmente d’accordo al ritorno del grembiule in classe, a patto che tutto venga definito nel rispetto dell’autonomia delle scuole.
Qualche riflessione educativa e psicologica
Se guardiamo la proposta da un punto di vista educativo, per alcuni psicologi l’idea di reintrodurre il grembiule tra i banchi di scuola non sarebbe una scelta negativa. Non tanto per una ragione di uguaglianza tra gli scolari, ma perché – secondo Anna Oliviero Ferraris docente di psicologia dello sviluppo all’università della Sapienza – l’uniforme regalerebbe ai bambini “un senso di appartenenza, l’orgoglio di andare a scuola e li strutturerebbe come alunni. Perché i bambini hanno la necessità di segni che gli consentano di riconoscersi tra loro, distinguendo i vari spazi di vita in cui si muovono”. Per questo fino a qualche tempo fa ogni fase scolastica, materna, elementare o primaria era caratterizzata da un grembiule di colore diverso: c’era quello nero con il colletto e il fiocco bianco per i maschi, blu per le femmine, ma anche a quadretti rosa o azzurri, o ancora bianco con il fiocco blu. Anche lo psicoterapeuta dell’età evolutiva, Federico Bianchi di Castelbianco, considera positiva l’idea: “Così si tolgono ai bambini le fisime degli adulti legate all’esibizione di griffe. E ha anche un effetto positivo sull’autorevolezza della scuola che assume un ruolo molto più forte sui bambini, il che facilita gli insegnanti”. Non dello stesso avviso David Maghnagi, psicologo, docente presso la Terza Università di Roma, per il quale “il principio di autorità non può essere recuperato semplicemente ripristinando una divisa oggi che i genitori non sono più rispettati e che i presidi sono esautorati del loro ruolo”. Insomma, ci sarà da discutere.
E anche nonno Libero scende in campo
Per ora la questione “grembiulini sì o no” ha scomodato anche l’attore Lino Banfi amorevole nonno Libero di “Un medico in famiglia” che alla domanda dei giornalisti se possa un grembiule garantire l’uguaglianza sociale tra i giovanissimi innamorati delle griffe ha risposto: “Se la proposta va in porto penso ci sarà un boom delle scarpe firmate, visto che sarà l’unica parte visibile”. Ma nonno Libero probabilmente è rimasto un po’ indietro con i tempi, altrimenti saprebbe bene che la passione per la griffe ha già travolto e per intero il mondo scolastico: zainetti, astucci, quaderni, penne, matite e diari. La firma, il marchio, il brand impera tra i banchi. Basterà un grembiule a riportare in classe un po’ di uguaglianza?
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Marina Zenobio