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Ecco a cosa serve il monitoraggio

È un esame semplice, non invasivo e molto utile alla fine della gravidanza e all’inizio del travaglio: permette di ascoltare il battito del bambino e la frequenza delle contrazioni.

Il monitoraggio del battito cardiaco fetale (o cardiotocografia) è un esame semplice e non invasivo che registra la frequenza del battito cardiaco del bambino e rivela la presenza di contrazioni dell’utero.

Come si esegue
Viene eseguito con il cardiotocografo, apparecchio che utilizza gli ultrasuoni, costituito da una specie di “scatola”, a cui sono collegati due piccoli strumenti (i rivelatori o trasduttori) e due fasce elastiche (per fissare i rivelatori al ventre scoperto della donna). Il primo strumento è un rivelatore a ultrasuoni del battito cardiaco, e va collocato nel punto dove si ha una migliore percezione del battito del feto. Il rilevatore registra le variazioni delle pulsazioni e le trasmette all’apparecchio, che le riporta su una striscia di carta, da cui si ricava il “tracciato” del battito (simile a quello dell’elettrocardiogramma). Le pulsazioni possono essere contemporaneamente ascoltate anche dalla mamma, tramite un amplificatore interno all’apparecchio, che permette di sentire in diretta il battito del bimbo. Il secondo strumento è un misuratore meccanico delle contrazioni uterine, che viene posizionato sul fondo dell’utero: quando questo si contrae, effettua una pressione sul rilevatore, che la trasmette all’apparecchio e ne riporta l’esito sulla striscia di carta.
Dal tracciato si ha l’esito dell’esame, cioè le pulsazioni del cuore (il loro numero al minuto) e la loro variazione durante la presenza di contrazioni dell’utero. L’esame non comporta rischi né per la mamma né per il feto, ma anzi permette di verificare e tenere sempre sotto controllo il benessere del bimbo nel pancione.

Quando si esegue
Di solito questo esame viene eseguito in prossimità del parto, a partire dalla 37-38ma settimana in poi; all’arrivo in ospedale della mamma insieme agli altri controlli di routine: ma soprattutto durante il travaglio per capire se il feto è in grado si sopportare o no lo sforzo di un parto normale. La contrazione dell’utero infatti determina una pressione sulla testa del feto, che induce una riduzione della frequenza delle pulsazioni del cuore che, nella norma, riprende a battere regolarmente nel giro di 30 secondi circa. Se il tempo per ritornare alla normalità si dilata troppo, può esserci un problema di sofferenza fetale, e in questo caso il monitoraggio permette ai sanitari di intervenire subito.
Se il parto è fisiologico è sufficiente eseguire un monitoraggio intermittente a intervalli regolari durante tutto il travaglio: 5-10 minuti di tracciato ogni 30-60 minuti.
Nei casi in cui invece, nei controlli precedenti è stata già rilevata una sofferenza fetale, la mamma ha subito un’analgesia per ridurre i dolori del parto, o si effettua un parto indotto (le contrazioni vengono stimolate tramite farmaci), è necessario un monitoraggio continuo e costante durante tutto il travaglio, o almeno questo dovrà essere effettuato a intervalli molto ravvicinati.
Anche nel caso la gravidanza si protraesse oltre il termine (cioè oltre la 40a settimana), il ginecologo consiglierà la futura mamma di recarsi in ospedale per effettuare il monitoraggio regolarmente (per esempio a giorni alterni) in modo da accertare che il piccolo sia nutrito correttamente dalla placenta e continui a crescere bene.

 

Angela Salini

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