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Cesareo, forcipe o ventosa

A volte il parto operativo si rende necessario per favorire la serena venuta al mondo del bambino. Ostetriche e ginecologi sanno quando ricorrere a questi metodi.

A molte delle mamme in attesa è capitato di sentir dire: per farlo nascere si è ricorsi alla ventosa! Allora non ci abbiamo dato peso, ma adesso che siamo in dolce attesa questa frase ci torna alla mente e non possiamo fare a meno di preoccuparci. E se succede anche a noi? E se qualcosa non va per il verso giusto e il bimbo soffre? Tranquille, in Italia la nascita è ben assistita e soprattutto sicura. I medici e le ostetriche sono preparati per ogni evenienza e, nel caso in cui il piccolo non volesse proprio saperne di nascere in modo “naturale”, è possibile ricorrere all’aiuto esterno come il parto cesareo o a strumenti come la ventosa che favorisce il momento espulsivo del bambino. Quando si ricorre all’aiuto esterno il parto viene definito operativo. A spingere il personale medico ad una soluzione di questo tipo sono, ovviamente, le eventuali complicazioni che possono verificarsi durante il travaglio e che possono mettere a rischio la salute della mamma o del bambino.

Un piccolo taglietto in basso
Il parto cesareo consiste nel praticare un piccolo taglio nell’addome e nell’utero della mamma in modo da poter estrarre il neonato. L’intervento si effettua in anestesia totale o, più frequentemente, in anestesia spinale o epidurale. Può capitare, qualche rara volta che il bambino sia raggiunto dall’anestetico e rimanga in uno stato di sonnolenza per i primi due giorni. Oggi in Italia si ricorre ad un parto cesareo nel 33% dei casi. Il taglio cesareo si effettua quando:

  • il feto si presenta in posizioni anomale, come quella podalica;
  • si è in presenza di placenta previa;
  • la mamma soffre di cardiopatia, gravi malattie polmonari, anomalie delle ossa del bacino o nel caso di tumori dell’apparato genitale;
  • il bambino è troppo grosso rispetto al bacino materno;
  • arresto o scarsa efficacia delle contrazioni uterine;
  • il cordone ombelicale è avvolto intorno al collo;
  • una gravidanza gemellare.

Una coppetta sulla testina del bimbo
La ventosa ostetrica altro non è che una coppa metallica di 3-6 cm di diametro collegata da un tubo ad un sistema aspirante. All’estremità opposta rispetto alla coppa è attaccata una catenella che termina con una maniglia. La ventosa si applica alla testa del feto ed una volta attivata l’aspirazione, in circa 4-8 minuti, si crea all’interno della coppa un vuoto di pressione che la mantiene saldamente ancorata al cranio. Facendo trazione sulla maniglia, si tira verso il basso la testa del bambino, eseguendo una manovra che mima il meccanismo di rotazione e che facilita la sua fuoriuscita dal canale del parto. Tale strumentazione è sicura e non può assolutamente creare lesioni fetali perché, se le trazioni sono eseguite nel modo scorretto, lo strumento semplicemente finisce per staccarsi. Attualmente in Italia si ricorre alla ventosa nel 2% dei parti. Si ricorre alla ventosa quando:

  • la donna non riesce più a spingere in modo efficace;
  • pericolo di sofferenza fetale.

E’ necessario accelerare il parto in presenza di ritardata progressione della testa per mancanza di efficacia delle contrazioni uterine. Gli operatori valutano se la testa del bambino può passare attraverso il canale del parto, se le membrane sono rotte, se la dilatazione del collo dell’utero è completa e se la testa del bambino è a metà dello scavo pelvico. A volte l’applicazione della ventosa causa raccolte ematiche sullo testolina del piccolo, che di solito si riassorbono in 6/8 settimane e non hanno alcun effetto sul cervello o lievi abrasioni che scompaiono in pochi giorni.

Uno strumento sempre meno usato
Il forcipe è un dispositivo metallico costituito da due branche conformate in modo da adattarsi alla curvatura del canale del parto e alla testa del feto. L’operatore posiziona le branche della pinza ai lati della testa del bambino e quindi esercita una lieve trazione verso il basso, seguendo il movimento di rotazione che avviene nel parto spontaneo. Il forcipe si utilizza solo a dilatazione completa, quando le membrane sono rotte e quando si conosce bene la posizione del feto. Il ricorso al forcipe è sempre più raro, si possono causare lesioni alle pareti vaginali della mamma, alla vescica e al retto oltre che creare problemi al bambino. Oggi in Italia la probabilità di utilizzo di questo strumento è inferiore all’1 per cento. La possibilità di monitorare le fasi della gravidanza e di ricorrere, se necessario, a un cesareo in tempi brevi, evitano che si creino le condizioni che un tempo suggerivano l’uso del forcipe: sofferenza fetale o ipo-ossigenazione del feto.

 

Agnese Moghetti

 

Ha collaborato:
Anna Maria Vulpiani
Ginecologa

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