In questi giorni le pagine dei media riportano gli ultimi tre casi di femminicidio avvenuti in questa ultima settimana. Fino ad oggi 12 dicembre 2012 dall’inizio dell’anno sono stati compiuti 121 omicidi a danno delle donne da parte dei propri compagni o ex compagni di una vita.
E’ possibile fermare questo dilagante fenomeno? E’ possibile non far terminare in modo drammatico una storia sicuramente nata da un’intensa passione? Beh sì, per iniziare una convivenza o matrimonio che sia, mettere al mondo dei figli concepiti con il proprio “compagno di vita” deve necessariamente esserci stato un momento in cui la coppia è stata felice, forse per poco tempo ma lo è stata.
Le motivazioni di una separazione possono essere le più varie: la fine della passione, l’interesse per un’altra persona o divergenze caratteriali non più sostenibili. Alla fine di un rapporto voluto solo da un componente della coppia, dovrebbe esserci la capacità di accettare la sconfitta. L’accettazione di una nuova realtà non desiderata dovrebbe star ad indicare la maturità delle persone ovvero la capacità di accettare la perdita di ciò che si pensava di detenere: il possesso incondizionato dell’altro.
Purtroppo non sempre si è maturi a sufficienza per reagire ad una sconfitta. La voglia di riprendersi ciò che si credeva di possedere per tutta la vita diventa ogni giorno più insopportabile ed il desiderio di utilizzare la forza arriva ad infiltrarsi tra i pensieri fino a diventare una vera idea dominante. Fortunatamente il più delle volte questo tipo di pensiero pian pianino perde di intensità fino ad essere sostituito da un nuovo stato emotivo: un nuovo innamoramento, un posto di lavoro con responsabilità o semplicemente l’emotività viene a perdere la sua potenza fino ad essere totalmente declassata, proprio come capita ad una tempesta tropicale.
E, se la fisiologica operazione del ridimensionamento emotivo non si realizza? Quello che può accadere purtroppo nessuno può prevederlo a meno che la persona non decida di affidarsi alle cure di uno psicoterapeuta esperto che sappia sviscerare il problema e far accettare la sconfitta. Il lavoro deve essere incentrato sulla convinzione errata del possesso dell’altra persona, sul rispetto dell’individualità umana ma soprattutto sull’accettazione incondizionata della libertà di ogni singolo individuo. Prima ancora di iniziare un lavoro di ristrutturazione cognitiva sul concetto del possesso in generale, deve essere eseguita una attenta valutazione psicologica eseguita da chi ha la reale competenza per emettere una diagnosi di personalità: il medico psichiatra, la figura professionale a questa capacità specificamente formata.
Tutto questo percorso può essere attuato ovviamente soltanto se è il soggetto sofferente a farne richiesta ma, cosa accade se non si sia in grado di riconoscere le proprie difficoltà e si resta intrappolati nella convinzione che bisogna riprendersi ciò che gli era appartenuto fino a qualche tempo prima? Il marito, il compagno, il padre dei propri figli non sempre accetta di non condividere più la stessa casa, lo stesso letto, le stesse pretese quotidiane ed ecco allora che ha inizio la persecuzione. Inizia lo stalking.
Alcune donne riescono ad esporre denuncia verso l’arroganza incarnata dal proprio ex ma il risultato non è sempre quello desiderato. In molti casi la denuncia altro non fa che indispettire ancora di più la persona che si pensava di conoscere bene a tal punto da riuscire a capirne tutte le azioni ma all’improvviso, la collera supera ogni previsione. Il semplice richiamo legale stimola ulteriormente le azioni di rivalsa e di intimidazione, lui infatti non è in grado di discernere più il suo limite, tutto è permesso perché questa è la sua convinzione: con me o la morte. La realtà evidente, quella dei figli testimoni indifesi, non ha più nessuna valenza, la sua convinzione domina proprio come un’idea delirante.
Davanti a fatti che si presentano in questo modo, cosa fa il nostro legislatore? Dopo il richiamo seguito alla denuncia tutto resta inalterato, chi protegge questo uomo dalla sua insana convinzione? Chi protegge i figli dalla tragedia e dal rischio di restare orfani per la vita? Ma, soprattutto, chi protegge la donna oggetto della persecuzione forsennata del potere di un uomo al quale è stato insegnato che sulla donna si può tutto?
Perché non proporre allora di pensare ad una legge, meglio ancora se di iniziativa popolare, che preveda obbligatoriamente un percorso psicoterapeutico da attuarsi immediatamente alla prima denuncia da parte della donna? L’obbligatorietà della terapia di sicuro aiuterà quell’uomo ad uscire dal suo guscio protettivo che corrisponde all’armatura “del maschio” per renderlo alla fine un “uomo” consapevole dei suoi limiti, un uomo capace di accettare sulla sua strada della vita vittorie e sconfitte. Lo specialista in questi casi specifici non può che essere uno psichiatra perché prima ancora di iniziare un percorso di aiuto psicologico deve essere posta una diagnosi di personalità. Non è raro infatti ritrovare in queste persone capaci di perdere il controllo più o meno volutamente una forma psicopatologica e come tale bisognosi anche di un supporto farmacologico oltre che psicoterapeutico.
Diverso ancora è quando la violenza viene vissuta all’interno di una coppia non più giovane, e sono tanti anche questi casi purtroppo. Sono ben 48 gli omicidi compiuti su donne ultra sessantenni tra il totale di 121 compiuti dall’inizio dell’anno, la motivazione più frequente: la gelosia immotivata o porre fine alla angherie subite. Purtroppo ci sono forme demenziali dell’età avanzata che troppo spesso sfociano in un delirio di gelosia, sono forme dove ovviamente la gelosia è immotivata ma per il soggetto che sperimenta il sentimento è reale ed inaccettabile. I medici di famiglia dovrebbero essere istruiti a fare da filtro a queste situazioni estreme, sono infatti loro che vedono le persone avanti con l’età e spesso sono gli unici ad avere accesso alla loro privacy, troppo spesso i figli non sono in grado di comprenderne la portata anche quando sono presenti nella vita dei propri genitori.
Cosa fare quindi davanti ad una morte annunciata, restare a guardare che avvenga come Marquez ci ha mostrato nello spaccato di un paese all’interno della vegetazione boliviana o far realmente qualcosa affinché non accadano più tragedie annunciate? Alcuni strumenti posso essere resi operativi in pochissimo tempo, è sufficiente volerlo fortemente e non stare più alla finestra a guardare. Alziamo la nostra voce e pretendiamo la concretezza degli interventi da mettere in atto ma, prima di ogni altra cosa, educhiamo i nostri figli maschi al rispetto delle donne.