In un bambino su cinque mila si registra un eccessiva produzione di ormoni tiroidei: ecco le cure migliori
L’ipertiroidismo è una sintomatologia secondaria causata da un’eccessiva quantità di ormoni tiroidei circolanti nel sangue. Di regola, la sorgente di questo eccesso è la tiroide, ghiandola endocrina che immette nel circolo sanguigno due ormoni: la tetraiodiotironina (T4) e la triiodiotironina (T3). La malattia in cui tipicamente si osserva un ipertiroidismo nel bambino, è la malattia di Graves (detta anche di Basedow). E’ stato calcolato che questa malattia colpisce un soggetto su 5000 in età evolutiva; essa è più frequente nel periodo puberale e colpisce prevalentemente le bambine (il rapporto femmine su maschi è di 5 a 1).
Lo stato di ipertiroidismo si associa quasi invariabilmente all’aumento di volume della tiroide (condizione definita “gozzo”): per questo la malattia di Graves è comunemente conosciuta come “gozzo tossico diffuso “.
La causa dell’ipertiroidismo nella malattia di Graves è la produzione di sostanze proteiche che stimolano la tiroide: queste sostanze, chiamate anticorpi, si legano ad altre proteine presenti nelle cellule tiroidee, i recettori: il legame anticorpo-recettore comporta la formazione di una quantità eccessiva di ormoni tiroidei. La ragione per cui si formano questi anticorpi che sono diretti verso il proprio organismo (per cui sono denominati auto-anticorpi), non è stata ancora chiarita.
Le conseguenze cliniche dell’aumentata produzione di ormoni tiroidei nella malattia di Graves sono: comparsa del gozzo, aumento della frequenza cardiaca (tachicardia), palpitazioni, nervosismo, tremore, disturbi del sonno, diminuito rendimento scolastico, calo del peso malgrado l’appetito, stanchezza, a volte diarrea. In circa la metà dei pazienti si nota inoltre una sporgenza dei bulbi oculari, denominata esoftalmo. Spesso la pressione arteriosa è elevata e i riflessi tendinei sono accentuati.
Anche se il quadro clinico conclamato della malattia di Graves è tipico, è sempre necessario effettuare alcuni esami che permettano di confermare il sospetto diagnostico. Mediante un prelievo di sangue è possibile documentare l’aumento degli ormoni tiroidei e la presenza degli anticorpi antitiroide, in particolare di quelli che si legano al recettore tiroideo.
Inoltre l’ecografia tiroidea dimostrerà l’aumentato volume della tiroide con un quadro tipico, caratterizzato da aumentato flusso sanguigno nella tiroide stessa, espressione della maggior attività funzionale della ghiandola. Il test di “captazione dello iodio radioattivo” da parte della tiroide è stato abbandonato in quanto non necessario per la diagnosi; inoltre comporta anche l’immissione nell’organismo di sostanze radioattive. Pertanto il suo uso è limitato solo ai casi dubbi.
La terapia nella malattia di Graves si basa essenzialmente sulla somministrazione di farmaci che inibiscono la eccessiva produzione degli ormoni tiroidei. Il miglioramento dei sintomi si ottiene nel corso di alcune settimane. Dopo le dosi iniziali più elevate si passa a dosaggi inferiori, di mantenimento, che permettono l’immissione in circolo di quantità fisiologiche di ormoni tiroidei.
Solo eccezionalmente tali farmaci possono comportare reazioni tossiche, tra cui la diminuzione del numero dei globuli bianchi nel sangue. Pertanto è buona norma praticare periodicamente un esame emocromo specie durante gli episodi infettivi.
La malattia di Graves ha una durata lunga, in media di 3-4 anni. La scomparsa dei sintomi si verifica entro 2 anni dall’esordio in circa un quarto dei pazienti; successivamente, ogni 2 anni, un altro 25% dei pazienti va incontro a remissione. Tuttavia, va considerata la possibilità di ricadute, in genere entro 6 mesi dalla sospensione della terapia, per cui diventa necessaria la ripresa del trattamento, che risulta ugualmente efficace. In alcuni pazienti la terapia medica non riesce ad attenuare la sintomatologia: in tale, seppur rara, circostanza si deve prendere in considerazione l’asportazione della tiroide (tireodectomia) che comporta la guarigione in circa il 90% dei pazienti. L’intervento chirurgico è praticamente privo di rischi, anche se complicazioni si registrano in circa 1-5% dei soggetti operati. Un’alternativa all’intervento di tireodectomia è la disgregazione della tiroide mediante l’introduzione di iodio radioattivo in quantità sufficiente per distruggere il tessuto tiroideo. Questa metodica, che ha il vantaggio di una unica somministrazione, è praticata in alcuni centri degli Usa, a volte anche all’esordio della malattia, in sostituzione della terapia medica. La guarigione si ottiene in circa il 90% dei pazienti.
In Europa la tireodectomia mediante radio-iodio è solo eccezionalmente praticata; in effetti il rischio di cancro della tiroide nel bambino piccolo non è ancora completamente conosciuto. Al contrario, è stato dimostrato che nei figli di madri precedentemente trattate con radio-iodio non aumenta il rischio di malformazioni congenite.
Prof. Brunetto Boscherini