

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo che coinvolge un ritardo e una disorganizzazione nella maturazione cerebrale, caratterizzato da disfunzioni in diversi sistemi neurali e dei neurotrasmettitori. Queste anomalie influenzano l’attenzione, la funzione esecutiva, la regolazione delle emozioni e l’elaborazione dei rinforzi, spiegando così la vasta gamma di presentazioni cliniche osservate durante tutto l’arco della vita.
Sono state osservate delle riduzioni del volume cerebrale e particolarmente nella corteccia prefrontale, nel nucleo caudato, nel ventral striato e nel verme cerebellare. La disfunzione dei circuiti frontostriatali è stata dimostrata dalla FMRI – risonanza magnetica funzionale – e dalla risonanza magnetica con tensore di diffusione chiamata anche DTI o trattografia, tecniche di neuroimaging utilizzate per ottenere informazioni sulla struttura e la connettività del cervello. Entrambe le immagini hanno evidenziato anomalie di neurotrasmissione e attivazione alterata durante compiti esecutivi. Si è potuto constatare un assottigliamento della corteccia cerebrale ed una maturazione ritardata: soprattutto nei bambini con l’allele DRD4 a 7 ripetizioni. Questo assottigliamento tende a risolversi nell’adolescenza e può predire migliori risultati.
La corteccia prefrontale regola l’attenzione, – PFC – l’inibizione comportamentale e il controllo delle emozioni. Nell’ADHD, la PFC è sia strutturalmente immatura sia chimicamente squilibrata. I recettori della dopamina D1, che regolano la chiarezza cognitiva, quando sono sotto attivati portano a distrazioni e deficit di memoria di lavoro. I recettori α2A della noradrenalina, invece, migliorano la forza del segnale, essenziale per l’attenzione sostenuta e il comportamento orientato agli obiettivi. Questo delicato equilibrio è spesso interrotto nell’ADHD, causando un controllo esecutivo erratico e una reattività accresciuta.
Due teorie principali spiegano i profili motivazionali alterati nell’ADHD:
Questi modelli spiegano la scarsa performance sotto rinforzo ritardato/parziale e la resistenza al cambiamento comportamentale.
Modelli significativi i della variabilità neurobiologica includono:
Il quadro neurobiologico così descritto non è solo teorico, ma applicabile clinicamente. Le decisioni terapeutiche possono essere più mirate comprendendo quale sia la disfunzione principale: la sensibilità al rinforzo, la funzione esecutiva o la regolazione emotiva. La psicoeducazione diventa più significativa spiegando che il comportamento del paziente riflette una disfunzione a livello dei circuiti.
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Medico Psichiatra con Laurea in Psicologia clinica
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