

Spesso si sentono genitori e nonni lodare le capacità intellettive e tecnologiche dei bambini – non ha ancora due anni ma sa già utilizzare lo smatphone. E sono sempre più i genitori che con orgoglio lasciano il loro cellulare nelle mani dei bambini piccoli, felici di vederli accumulare punteggi nei videogiochi. Eppure le cose non stanno proprio come sembra: tutti i nati, a partire dal 1970, rispetto alle generazioni precedenti, stanno perdendo importanti punti del Quoziente intellettivo.
La ricerca più corposa è quella dei due ricercatori norvegesi del Centro Ragnar Frisch di Oslo: Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg, Da 1970 al 2009 sono stati presi a campione 730mila ragazzi tra i 17 e i 18 anni a cui è stato somministrato il test del Q.I. Il risultato ha mostrato uno scarto ad ogni generazione di 7 punti in meno rispetto al valore del campione precedente. I risultati sono stati confermati anche da uno studio di ricercatori britannici, hanno rilevato una diminuzione dei valori del Q.I. tra i 2,5 e i 4,3 punti ogni dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale. I ricercatori hanno dimostrato una inversione dell’effetto Flynn, dal nome del professor James Flynn, fu il primo ad osservare l’aumento nel valore medio del quoziente intellettivo, valore salito di almeno tre punti ogni dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1970. L’innalzamento del valore del Q.I. ha avuto una battuta d’arresto. Abbiamo forse superato il giro di boa e è iniziata una lenta involuzione? Per porre rimedio a questa annunciata involuzione è necessario capire quali possono essere le cause.
Nell’ultimo secolo e fino al 1970 il Quoziente Intellettivo ed il benessere fisico è aumentato sicuramente per una serie di fattori: migliori condizioni di vita, sana e corretta alimentazione, grado di istruzione ovunque elevato. Ad esempio negli USA una ricerca aveva accertato che i bambini alimentati con pesce avevano un Q.I. più elevato rispetto a coloro che non ne aveva a disposizione. Lo stile di vita migliorato un po’ ovunque ha contribuito non poco all’elevazione del quoziente intellettivo. Ma con molta probabilità è proprio lo stesso stile di vita modificato, unito all’avanzare della tecnologia, che sta mettendo a riposo alcune aree cerebrali e intellettive del nostro sapere. E’ una realtà che i bambini, gli adolescenti ed anche gli adulti non leggono più, preferiscono ascoltare e guardare immagini, prigionieri davanti agli schermi dei videogiochi, della televisione e soprattutto dello smartphone ormai alla portata davvero di tutti. Leggere è importante. Per i ricercatori norvegesi è soprattutto l’invasione massiccia dei media il principale responsabile del cambiamento dello stile di vita. Un tempo un jingle ha risuonato su ogni mezzo di comunicazione – connettiamo il mondo – si è vero, ma a quale prezzo, visto i risultati dell’iperconnessione? E’ chiaro che anche l’istruzione ha le sue responsabilità, soprattutto quella ricevuta all’interno delle proprie famiglie, sempre i ricercatori norvegesi hanno riscontrato una diminuzione nel punteggio all’interno delle famiglie con differenze tra il primo nato e i fratelli più piccoli. I figli unici godono infatti del vantaggio di essere primi e ultimi. Una ulteriore ipotesi di questa caduta libera del Q.I. potrebbe essere quella di aver a disposizione soluzioni già preconfezionate ai problemi, è come se non ci fosse più bisogno di soluzioni, accantonando di fatto quella parte dell’intelligenza con competenze di problem solving; quell’area che a un problema riesce a trovare soluzioni originali, la cosiddetta intelligenza fluida. I media al contrario spingono per lo sviluppo di una forma intellettiva cristallizzata: tutto è pronto, tutto è alla portata di click, è sufficiente solo seguire in modo monotono una sequenza binaria dal quale è impossibile uscire, l’errore provoca l’uscita dal sistema.
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra, psicologo, psicoterapeuta
Resp. Scientifico Guidagenitori.it