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Il cellulare “imposto”

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I più piccoli, rivela uno studio incrociato, non lo desiderano ma lo ricevono in regalo dai genitori

Si dà la colpa alla società, alle mode, all’influenza della pubblicità. E invece, sorpresa, se il ragazzino ha sempre in mano un cellulare, per sentire gli amici o per inviare infiniti SMS, la responsabilità è soprattutto della famiglia, che concede il telefonino al figlio non per cedere a capricci o a richieste pressanti, ma perché il bambino sia rintracciabile sempre e ovunque. Noi genitori, insomma, utilizziamo il telefonino con i più piccoli per sentirci più sicuri. Come se questo dispositivo fosse una sorta di prolungamento del cordone ombelicale.

Un regalo non richiesto
E’ questa la conclusione alla quale sono giunti due studi realizzati dalle università La Sapienza di Roma e Cattolica di Milano, i cui dati sono stati raccolti dall’Osservatorio sull’immagine dei minori. Il 20% dei bimbi di seconda elementare possiede un telefonino. La diffusione cresce con l’età: si arriva ad oltre il 60% tra quelli di quinta e al 90% tra i ragazzini di terza media. Dalle indagini a campione è risultato che, quasi nella metà dei casi, il primo telefonino non esaudisce un desiderio del piccolo, non arriva cioè come un regalo o come ricompensa per un brillante risultato a scuola. I genitori lo concedono come un normale oggetto di cui proprio non si può fare a meno, alla stregua di un vestito o di un paio di scarpe. Un oggetto del quale il bambino non avverte neanche la necessità: circa un terzo degli alunni delle elementari intervistati ritiene il telefonino più utile in un’età superiore alla propria. Chi inizia a usare questo strumento spesso non riesce più a farne a meno, un po’ per una forma di “dipendenza”, un po’ per il desiderio di restare al passo con le tendenze.

Genitori, eterni “presenti”
Secondo gli esperti, questo dimostra che anche quando un figlio non è più piccolissimo, mamma e papà tendono spesso a considerarsi i referenti assoluti dell’educazione e della sicurezza anche se, come succede in gita scolastica, il ragazzino è accompagnato da altri adulti. Un utilizzo precoce del cellulare può però rappresentare un’arma a doppio taglio nel processo di costruzione dell’autonomia, perché un ragazzo, sentendosi sempre e comunque “seguito” anche da lontano, tende ad assumere un comportamento meno responsabile. Non solo: rischia di avere meno rispetto per gli adulti ai quali è affidato, avvertendo sempre come preponderante il controllo dei genitori. La necessità di mamma e papà di stare tranquilli è sicuramente legittima, soprattutto in una società come quella odierna, dove un margine di rischio esiste, che sia la cattiva compagnia, l’incontro con un gruppetto di bulli, i primi, pericolosi contatti con le sostanze stupefacenti. Sapere che il proprio bambino, ovunque sia, può essere rintracciato – perché è sufficiente che lui, per quanto piccolo, prema un tasto per essere in contatto con mamma e papà – esercita un effetto rassicurante anche per i genitori meno ansiosi. Il telefonino, però, rischia di annullare la fiducia e la comunicazione che ci devono essere tra genitori e figli: sentimento e prassi che sono alla la base della sicurezza di un ragazzino e del rispetto delle semplici regole quotidiane.

Il surrogato del cordone
La sicurezza rappresentata dal cellulare finisce insomma per diventare un surrogato del controllo rappresentato dai genitori, che deve però cambiare nel tempo e adeguarsi alle nuove esigenza del ragazzo. Troppo spesso si è tentati di pensare “Pazienza anche se torna un po’ più tardi, tanto ha il cellulare”, oppure “Se ha bisogno mi può sempre chiamare con il cellulare”, come una sorta di cordone ombelicale che continua a prolungarsi nel tempo, anche quando un ragazzino ha tutto il diritto di avere i suoi primi momenti di autonomia. Si deve resistere a questa tentazione. Perché i genitori hanno il dovere di esercitare un controllo sui propri figli, ma questo controllo non può e non deve essere sostituito dal telefonino. Una volta che un bambino è più grande, i genitori devono basarsi su attenzione, vigilanza discreta e onestà reciproca, imparando anche a fidarsi del figlio e lasciandogli margini di libertà e di responsabilità. Senza il filo invisibile rappresentato dal telefonino.

Qualche regola, tanto dialogo
Nulla vieta di affidare al ragazzino un cellulare, quando è più grandicello e in grado di gestirlo con una certa maturità. Non si deve però prescindere dall’esigenza di una tranquillità che si conquista coltivando un rapporto di amore, di rispetto e di fiducia. Stabilire una certa ora per il ritorno a casa – anche se era solo ai giardinetti per una partita di basket o due chiacchiere con le amiche – informarsi con attenta discrezione sulla frequentazione delle compagnie è un diritto dei genitori dei minorenni, ma anche un sistema di educazione del quale non si può fare a meno. Attraverso le regole e la comunicazione, il ragazzino avverte che mamma e papà tengono a lui e non hanno rinunciato al proprio ruolo genitoriale di autorevolezza e di amore, ma che, al tempo stesso, gli concedono un margine di fiducia che si aspettano di vedere corrisposto. Per raggiungere questi risultati è importante iniziare subito, fin dai primi anni di vita, poi si deve proseguire durante l’infanzia e l’adolescenza, età particolarmente a rischio. Se l’impegno in questa direzione è stato efficace e continuo, un ragazzo non avrà bisogno di essere sottoposto a un controllo serrato perché sarà naturale per lui comportarsi in modo maturo e responsabile. D’altra parte, se i genitori hanno, magari senza volerlo, abdicato al ruolo educativo e avvertono la necessità di un maggior controllo, non è detto che questo possa essere esercitato dal cellulare. In fondo, il ragazzo può sempre … spegnerlo.

 

Roberta Raviolo

 

Ha collaborato:
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra – Psicoterapeuta- laureata in psicologia clinica

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