Un convegno di pediatri rilancia il dibattito: i dati si riferiscono al Veneto, ma le cause sono generali
I pediatri del Veneto si riuniscono a convegno e dall’insieme delle relazioni e del dibattito emerge un allarme: la “malattia” che colpisce di più i bambini veneti è la solitudine. Bambini impegnati come manager, che non giocano più e che, nella regione nella quale le donne lavorano di più, passano troppo tempo da soli in attesa del ritorno dei genitori. Il convegno, presieduto da Giuseppe Saggese, al vertice della Società Italiana di Pediatria, ha fotografato la realtà del bambino, della famiglia e delle malattie nella quotidianità del Veneto, ma l’impressione è che il problema vada ben oltre i confini di una regione perché ha ragioni profonde che mettono in discussione il modello di società verso il quale l’Italia ha veleggiato negli ultimi trent’anni.
Meno bambini, più solitudine
“I bambini di oggi – osserva dice uno dei relatori, Giorgio Meneghelli – crescono in una situazione certamente difficile: vivono la loro infanzia in una struggente solitudine perché, rispetto ad un tempo, non hanno fratellini, non hanno cugini, non hanno amici a portata di mano”. La solitudine, è emerso nell’incontro, è una particolare sindrome del bambino veneto, nel senso di una infanzia vissuta senza la compagnia e il gioco libero dei suoi coetanei. La solitudine è il destino paradossale cui deve far fronte il bambino veneto, pur inserito sempre più precocemente nella comunità scolastiche dei coetanei, ma anche circondato da un mondo di adulti-anziani. Spesso manca il dialogo in famiglia, i genitori parlano poco con i figli, non ne hanno il tempo, mentre vi è una parossistica attenzione dei genitori ai problemi di salute con aspettativa di bambino senza malattie, neppure le più banali.
Le patologie del disagio strisciante
Così, le malattie dell’infanzia assumono aspetti drammatici che in realtà non hanno. “Da un punto di vista fisico, in realtà – dice Meneghelli – il bambino veneto gode di ottima salute e nell’ultimo ventennio si sono ridotte del 97% le malattie pediatriche medio-gravi”. A fronte di questa diminuzione di patologie importanti tuttavia, sono emerse delle sindromi striscianti, quali l’obesità che negli ultimi decenni è stata protagonista di un forte aumento. Nella fascia di età tra i 6 e gli 11 anni, la percentuale di bambini obesi era del 2% nel 1960, del 30% nel 1990 e del 36% nel 2003. La spiegazione di questa evoluzione, a parte le cattive abitudini alimentari, va cercata anche in quella che ormai viene definita come “malattia ipocinetica”. Il 90 per cento dei bambini si muove pochissimo. “La solitudine che il bambino vive – conclude Meneghelli – è dovuta anche al fatto che c’è un minor numero di fratelli, cugini e amici rispetto a un tempo. E’ vero che il minimo storico di nascite l’abbiamo toccato nel 1995, ma l’ indice di fertilità rimane basso, l’1,2 per coppia, e se i bambini italiani tra 0 e 14 anni oggi sono circa 8 milioni e mezzo, nel 2050 si prevede, secondo dati Istat, saranno poco più di 5 milioni”.
Mamme che lavorano, mamme che faticano
Al Veneto spetta il primato delle mamme che lavorano (circa il 60%), ma non vivono serenamente il distacco dai figli. Nella regione, nel caso di madri con bambini tra uno e tre anni, si nota una differenza consistente tra ambiente urbano e ambiente rurale: nel primo caso si può arrivare addirittura al 70-80 per cento, mentre nel secondo si tocca comunque il 60 per cento. E’ un dato in crescita, così come il numero, in realtà contenuto, di padri che trascorrono più tempo ad accudire i figli. Un fenomeno che ha già modificato le abitudini familiari in maniera rilevante. Dalla ricerca emerge infine che le madri meno stressate sono soprattutto le libere professioniste che possono gestire in autonomia i propri impegni, magari tentando di conciliarli con quelli del partner, a tutto vantaggio dei figli.
Matteo De Matteis