Crescere “da fratelli” non è scontato

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Crescere “da fratelli” non è scontato

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Le ragioni di conflitto possono essere tante, il ruolo, a volte inconsapevole, dei genitori non è secondario. Ecco come seguire lo sviluppo di un rapporto affettivo tanto importante.

Caino e Abele, Romolo e Remo…. Come la storia dimostra non è affatto scontato che i fratelli abbiano un buon rapporto. I motivi della rivalità possono esser diversi: la ricerca di un ruolo in famiglia, la richiesta di attenzione, il possesso di un “territorio”… Recenti ricerche rivelano che il modo in cui i bambini percepiscono se stessi durante la crescita, quello in cui fronteggiano le frustrazioni o i problemi e la realtà della famiglia, è strettamente collegato a come sentono di essere stati amati, apprezzati, stimati.

Il ruolo di papà e mamma
Anche se noi genitori siamo convinti di essere imparziali nel modo di metterci in relazione con i nostri ragazzi, in realtà non è così. Appena sposati viviamo una relazione a due che l’arrivo del primo figlio stravolge lasciandoci assaliti da tante ansie, paure, senso di responsabilità. Dopo una prima fase difficoltosa di rodaggio la nuova famiglia si “assesta” e il primogenito diventa il piccolo protagonista, a lui diamo il cento per cento dell’attenzione così come al partner. Ma quando arriva il secondo figlio i genitori e in particolar modo la mamma, devono “dividere” le proprie attenzioni tra i due figli. Nel frattempo sono ulteriormente cambiati i rapporti marito-moglie, le dinamiche familiari e quelle tra la coppia e i nuclei d’origine. Inoltre, spinti dall’idea di sapere già fare tutto col secondogenito noi genitori tendiamo a seguire un piano educativo che dà tutto per scontato e che sul piano affettivo è un po’ più rilassato.

Alla radice della rivalità
Non a caso interi manuali parlano dell’importanza dell’ordine di nascita come co-fattore che può generare conflittualità fra pari ed elemento chiave nel determinare la futura realizzazione esistenziale e professionale dei figli. Ricordiamolo: i primogeniti hanno trovato ad accoglierli un mondo di amore assoluto, i secondi devono subito competere per l’affetto e l’attenzione. Cioè immediatamente devono rimontare una situazione di svantaggio. Ma anche per i primi con l’arrivo del fratellino (o della sorellina) la vita non è più così piana: ora si sentono defraudati dall’amore dei genitori e per conservare la superiorità acquisita tendono in genere ad accrescere il proprio senso del dovere e della responsabilità. Le loro frasi classiche: “Dopo che sei arrivato tu i genitori non sono più stati gli stessi con me”, “Ho dovuto sempre impegnarmi e accudirti”. I secondi intanto ossessionati dall’idea di non riuscire a ricevere le stesse attenzioni del fratello maggiore per attirare l’attenzione diventano spavaldi, ribelli.? Le loro frasi classiche: “Ho sempre indossato i vestiti di mio fratello più grande, giocato con i suoi giocattoli, non ho mai avuto niente di nuovo”, “A lui che più grande è stato permesso tutto, a me no”. Conseguenza: l’accumulo di questa aggressività maturata anche nei confronti dei genitori si trasforma in rivalità e aperta litigiosità nei confronti del fratello o della sorella.

Interventi, ma con misura
Compito degli adulti è quello di comprendere le manifestazioni di competizione dei bambini e lasciare che esprimano questi sentimenti senza inibirli dicendo alcune della frasi che più spoesso finiamo per usare: “Lui è più piccolo…”, “Tu sei più grande…”. Affermazioni blocca-conflitto come questa non fanno che alimentare le dinamiche della rivalità. Un genitore deve intervenire solo quando il litigio trascende e diventa aggressivo oltremisura. Le domande da porre a ognuno dei fratelli devono essere semplici e dirette: “Cosa sta succedendo?”, “Cosa volevi?”, “Perché ti stai comportando così?” Senza prendere le parti ora di un figlio ora dell’altro ci si ferma ad analizzare la situazione a ragionare sui fatti stimolando i bambini al confronto.

 

Maria Angela Masino

 

Ha collaborato:
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra – Psicoterapeuta- laureata in psicologia clinica

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