Non voglio andare a scuola. Ascoltare e capire il disagio

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15 Ottobre 2026

Non voglio andare a scuola. Ascoltare e capire il disagio

non voglio andare a scuola
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La sera sembra tutto pronto: zaino sistemato, vestiti scelti, compiti terminati. Al mattino, però, arriva il rifiuto: “A scuola non ci vado”. A volte è accompagnato da lacrime, altre da silenzio, irritazione o un mal di pancia. Per un genitore non è semplice capire come comportarsi, soprattutto quando bisogna correre al lavoro. Il primo passo è prendere sul serio il messaggio, senza considerarlo automaticamente un capriccio e senza arrivare subito a conclusioni sulla sua origine.

Dietro una frase, difficoltà diverse

Non voglio andare può significare molte cose ad esempio:

  • «Ho paura di sbagliare»
  • «Mi sento solo»
  • «Non capisco quello che devo fare»
  • «È successo qualcosa che non so raccontare»

Per i più piccoli può essere difficile separarsi dal genitore; per altri il problema riguarda una verifica, un conflitto o il timore del giudizio. La frase, da sola, non permette di individuare una causa. Occorre capire quando compare, quanto si ripete e che cosa è cambiato. Anche un episodio apparentemente piccolo può avere un peso importante nell’esperienza del bambino.

Scegliere il momento per ascoltare

L’ingresso di scuola, tra fretta e tensione, raramente è il luogo migliore per una conversazione approfondita. Si può riconoscere subito l’emozione: “Vedo che stamattina è difficile. Voglio capire che cosa ti preoccupa”. Poi si riprende il discorso in un momento tranquillo. Meglio poche domande concrete che una serie di interrogativi: Qual è il momento più difficile della giornata? Con chi stai durante l’intervallo? Cosa vorresti fosse diverso? Lasciare tempo per rispondere aiuta più che suggerire subito una spiegazione. Anche “Non lo so” può essere una risposta sincera: trovare le parole non è sempre facile.

Può essere utile annotare alcuni elementi: il rifiuto compare ogni mattina o in giorni particolari? Riguarda una materia? È iniziato dopo un’assenza o un cambiamento? Il bambino racconta episodi di esclusione o sembra preoccupato per il rendimento? Queste osservazioni servono a costruire un quadro, non a cercare un colpevole. È importante evitare confronti con fratelli e compagni, come “Gli altri ci vanno senza protestare”. Una frase simile può rendere più difficile raccontare ciò che fa soffrire.

Quando compaiono mal di pancia e mal di testa

Un disturbo fisico merita attenzione: non va liquidato come una scusa. Se si ripete, il pediatra può valutarlo e aiutare a comprenderne il significato. Per descriverlo sono utili informazioni semplici: quando inizia, quanto dura, se compare anche nei giorni senza scuola e quali altri sintomi lo accompagnano. Il fatto che un bambino stia meglio restando a casa non dimostra, da solo, che stesse fingendo. Ascoltare il corpo e ascoltare le emozioni possono far parte dello stesso percorso.

È importante costruire un’alleanza con la scuola: confrontarsi con gli insegnanti permette di conoscere una parte della giornata che i genitori non vedono. Si possono portare esempi precisi e chiedere come il bambino partecipa, con chi interagisce e quali difficoltà incontra. Se emergono racconti di prepotenze, umiliazioni o minacce, cyberbullismo, occorre approfondirli e attivare una risposta di protezione. Negli altri casi, scuola e famiglia possono concordare piccoli sostegni: un adulto di riferimento all’ingresso, consegne più chiare o occasioni di partecipazione con i compagni. È utile stabilire anche quando verificare insieme come sta andando.

Accompagnare senza lasciare soli

Si può comunicare un messaggio fermo e accogliente: “Andare a scuola fa parte della tua giornata, e ti aiuteremo ad affrontare questa difficoltà”. Evitare minacce, premi continui e trattative interminabili rende il confronto più chiaro. Quando il rifiuto persiste, le assenze aumentano o la sofferenza ostacola la vita quotidiana, è opportuno chiedere una valutazione professionale. Comprendere il disagio significa offrire ascolto, protezione e un sostegno concreto per ritrovare fiducia.

Sahalima Giovannini

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