
Il quaderno è completo, il tema scorre senza errori e il problema di matematica ha finalmente una soluzione. Poi arriva una domanda: Mi spieghi come hai fatto? Il ragazzo esita. È proprio in questo passaggio, tra il risultato scritto e la capacità di raccontare il ragionamento, che i genitori possono iniziare a capire come viene utilizzata l’intelligenza artificiale. Il tema è al centro del dibattito educativo. Dal 19 al 22 ottobre si è svolto a Milano e Cernobbio il secondo summit internazionale Next Gen AI, promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e dedicato all’intelligenza artificiale nella scuola. Una questione che riguarda anche le famiglie, alle prese con strumenti capaci di produrre in pochi secondi riassunti, traduzioni ed esercizi svolti.
Consegnare un elaborato corretto e comprendere un argomento sono due risultati diversi. Se il ragazzo si limita a trasferire sul quaderno la risposta generata, all’adulto manca la possibilità di vedere che cosa sappia fare da solo. Allo stesso tempo, sarebbe prematuro attribuire all’IA effetti sempre positivi o sempre negativi sull’apprendimento. Le indicazioni del Dipartimento britannico per l’Istruzione sottolineano che le evidenze sui benefici e sui rischi dell’impiego diretto da parte degli studenti sono ancora in evoluzione. Contano lo strumento, l’attività proposta e il modo in cui viene utilizzato. Per la famiglia può essere utile partire da una domanda concreta: dopo questo aiuto, che cosa riesce a fare mio figlio in autonomia?
Possiamo proporre ai ragazzi richieste che lascino a loro una parte attiva del lavoro. Per esempio: Non risolvere il problema: aiutami a capire quale potrebbe essere il primo passaggio. Oppure: Fammi una domanda alla volta su questo argomento e aspetta la mia risposta. Anche nella scrittura si può partire da un tentativo personale: prima raccogliere le idee e preparare una bozza, poi chiedere quali punti risultino poco chiari. Una richiesta come Indicami dove il ragionamento è difficile da seguire, senza riscrivere il testo, rende più visibile il lavoro dell’alunno. Sono proposte da concordare con gli insegnanti: per alcuni compiti l’obiettivo è proprio esercitarsi senza assistenza, mentre altre attività possono prevedere l’impiego di strumenti digitali.
A casa possiamo suggerire un piccolo controllo, senza trasformarlo in un’interrogazione: chiudere la conversazione con l’IA e provare a spiegare ciò che si è studiato. Qual è l’idea principale? Perché hai scelto questa operazione? Riesci a fare un esempio diverso? Si può anche riprovare un esercizio simile, questa volta senza suggerimenti. Se emergono difficoltà, evitiamo di concludere subito che il ragazzo abbia voluto ingannare qualcuno. Possiamo dirgli: Questo passaggio è ancora poco chiaro. Vediamo dove ti sei fermato. Un compito copiato può diventare l’occasione per chiedere se la consegna fosse comprensibile, se mancasse tempo o se ci fosse paura di sbagliare. La risposta va ascoltata, senza darla per scontata.
L’IA può produrre informazioni inesatte presentandole con un linguaggio sicuro e scorrevole. La forma corretta, quindi, non garantisce l’esattezza del contenuto. Un’abitudine utile è confrontare le risposte con il libro e gli appunti. Se viene indicata una fonte, bisogna controllare che esista e che sostenga davvero quanto affermato. Una data diversa da quella studiata o una spiegazione contraddittoria possono essere annotate e discusse con il docente.
Imparare a dire questa risposta va verificata è già un esercizio di giudizio critico.
Prima di utilizzare una piattaforma occorre controllarne i limiti di età e le condizioni di accesso. L’UNESCO richiama la necessità di un approccio adeguato all’età, della protezione dei dati e del mantenimento di un ruolo attivo della persona nell’esperienza educativa. In famiglia possiamo stabilire poche regole comprensibili: rispettare le indicazioni della scuola, dichiarare l’aiuto ricevuto quando richiesto ed evitare di inserire nomi, valutazioni, informazioni sanitarie o fotografie di documenti scolastici contenenti dati personali. Il genitore può chiedere: Fammi vedere come lo usi lasciando al figlio il tempo di mostrare tentativi, dubbi ed errori. Il criterio da tenere presente resta concreto: alla fine del lavoro, il ragazzo sa spiegare meglio, ragionare sul problema e affrontare un nuovo tentativo? È da qui che possiamo valutare se l’aiuto ricevuto è stato utile.
Rossi Lina