
Un brindisi, una birra con la pizza, un aperitivo tra amici: bere alcol può essere un’abitudine così radicata nella vita sociale da far sottovalutare i rischi durante la gravidanza. Eppure vino, birra e superalcolici hanno un elemento in comune: contengono etanolo, una sostanza capace di interferire con lo sviluppo del nascituro. Le indicazioni sanitarie sono chiare: in gravidanza la scelta più sicura è non bere alcol. Non sono stati identificati una quantità priva di rischi, un trimestre sicuro o una bevanda alcolica da preferire alle altre. La stessa raccomandazione vale quando si cerca una gravidanza, perché nelle prime settimane il concepimento può essere già avvenuto senza che la donna lo sappia.
La placenta non protegge il bambino dall’alcol: quello presente nel sangue materno può raggiungere il feto. Il suo fegato e i sistemi necessari a metabolizzarlo sono ancora immaturi, rendendo l’organismo in formazione particolarmente vulnerabile. L’esposizione prenatale può compromettere lo sviluppo degli organi e del sistema nervoso. Il consumo in gravidanza è inoltre associato a un aumento del rischio di aborto spontaneo, parto prematuro e basso peso alla nascita. Il rischio cresce con la quantità assunta, ma questo non permette di stabilire una soglia sotto la quale bere sia certamente sicuro.
Con la sigla FASD si indica lo spettro dei disturbi feto-alcolici: un insieme di condizioni dovute all’esposizione all’alcol prima della nascita, con manifestazioni e gravità differenti. Possono essere presenti difficoltà nell’attenzione, nella memoria, nell’apprendimento e nel linguaggio, problemi di coordinazione e difficoltà nella regolazione del comportamento e degli impulsi. In alcuni bambini compaiono anche alterazioni della crescita, anomalie degli organi e caratteristiche facciali particolari. La sindrome feto-alcolica, o FAS, rappresenta una delle forme più gravi dello spettro. L’assenza di caratteristiche fisiche evidenti non esclude difficoltà del neurosviluppo: alcuni problemi diventano riconoscibili soltanto con la crescita, quando aumentano le richieste scolastiche e sociali. I disturbi feto-alcolici possono accompagnare la persona per tutta la vita. Non esiste una terapia che cancelli il danno prenatale, ma una diagnosi precoce e interventi educativi, riabilitativi e psicologici personalizzati possono migliorare lo sviluppo e la qualità della vita. Riconoscere i bisogni del bambino permette anche di sostenere la famiglia e aiutare la scuola a comprenderne le difficoltà. La prevenzione resta fondamentale: zero alcol in gravidanza, informazioni chiare e aiuto accessibile a chi ne ha bisogno.
L’indagine 2025 della Sorveglianza Bambine e Bambini 0-2 anni dell’Istituto superiore di sanità offre un segnale incoraggiante. Nel gruppo di Regioni partecipanti, la maggior parte delle madri ha dichiarato di non aver assunto alcol durante la gravidanza. La quota che ha riferito un consumo almeno una-due volte al mese è scesa dal 18,6% del 2022 all’8,9% del 2025. Il miglioramento è significativo, ma il consumo non è scomparso: il 7,4% ha dichiarato di bere una-due volte al mese, l’1,1% tre-quattro volte al mese e lo 0,4% almeno due volte alla settimana. Si tratta di informazioni riferite dalle intervistate, non di misurazioni dirette dell’esposizione.
Un altro progetto ISS ha esaminato, tra gennaio 2024 e luglio 2026, 83 campioni di capelli di gestanti tra i 18 e i 24 anni e 147 campioni di meconio, il primo materiale fecale del neonato. Le analisi cercavano l’etilglucuronide, un indicatore dell’esposizione all’alcol. Nel 41% dei campioni di capelli è emerso un profilo descritto come compatibile con un consumo sociale, mentre soltanto due campioni presentavano valori vicini alla soglia indicativa di consumo cronico. Il risultato va interpretato con cautela: non significa che il 41% delle donne in gravidanza consumi alcol, né che quella percentuale di bambini abbia subito un danno. È un dato preliminare, relativo a un campione circoscritto, che richiama l’attenzione sulla possibile sottovalutazione delle occasioni di consumo.
È una domanda frequente e merita ascolto. Un’esposizione occasionale non significa automaticamente che il bambino abbia subito un danno: la raccomandazione di evitare qualsiasi consumo non equivale alla certezza che ogni singolo episodio provochi conseguenze. La cosa utile è interrompere il consumo e parlarne con il ginecologo o l’ostetrica, indicando, per quanto possibile, quantità, frequenza e periodo. Il professionista potrà valutare la situazione e accompagnare la donna nei controlli della gravidanza. Smettere di bere è utile in qualunque momento della gestazione, perché il cervello del bambino continua a svilupparsi durante tutta la gravidanza.
Rendere semplice la scelta di non bere è un gesto concreto di sostegno. Significa non insistere per un brindisi, evitare frasi come un bicchiere non fa nulla e proporre alternative senza alcol durante cene e incontri. Se rinunciare è difficile, è importante chiedere aiuto al medico, al consultorio o ai servizi per le dipendenze. La donna ha bisogno di assistenza competente e di una relazione di fiducia che le permetta di raccontare le proprie difficoltà. Il coinvolgimento del partner e delle persone vicine è parte del messaggio di prevenzione promosso dall’ISS.
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Medico psichiatra – Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale – Laureata in Psicologia clinica