Come suggeriscono alcune mamme della mia classe, è stato il primo vero banco di prova sul fronte scolastico. Una gimcana di cinque scritti, in grado di fiaccare gli animi soprattutto dei più responsabili.
Di quelli che sentono già la sfida, in qualche caso la pressione competitiva. Mio figlio si è sempre dimostrato immune ai confronti, più volte anzi mi sono sentita rimproverare per il mio inutile perfezionismo. Che senso ha puntare sempre al massimo quando la sufficienza ti garantisce comunque i risultati? Ed è cosi che il nostro si è sempre limitato al minimo sforzo indispensabile, dedicando gran parte dei pomeriggi a letture, amici e lunghi momenti di contemplazione. Come sia nato da due genitori sempre in lotta con se stessi, alla costante ricerca di nuovi traguardi, non me lo spiego facilmente. È come se venisse da lontano, pago di sé, naturalmente speculativo. A volte penso che il merito, e altrettanta colpa, siano miei. Non gli ho mai chiesto di essere di più di se stesso, di dimostrare qualcosa, di raggiungere particolari traguardi.
Come madre ho sempre tratto gioia dalla sua sola vicinanza, dal suo sorriso, dai nostri sguardi d’intesa. Gli ho risparmiato quell’ansia che stringe la bocca dello stomaco per far contenta mammina. L’ho sgridato di rado e solo in due circostanze speculari: quando è capitato che mancasse di rispetto, o che non si facesse rispettare. E adesso che parla come un uomo, scrive le sue memorie e sogna di cambiare il mondo infischiandosene se uscirà con il 6, il 7 o l’8 mi chiedo se avrò fatto bene. Lo vedo sereno e mi dico… si, dai.