

pma fecondazione assistita
Si torna a parlare di Procreazione Medicalmente Assistita – PMA – procedura medica finalizzata a far ottenere una gravidanza alle coppie con problemi di fertilità, le cui norme base sono enunciate nella legge 40 del 2004. Una legge non apprezzata e soprattutto contestata da molti per la sua incoerenza di fondo: la legge, infatti, consente la PMA solo alle coppie infertili, escludendo di fatto gli uomini e le donne che potrebbero concepire un figlio in modo naturale ma che sono portatori di serie anomalie genetiche. Queste coppie correrebbero un rischio altissimo di mettere al mondo un bambino malato, destinato a una vita piena di sofferenze. L’impedimento potrebbe essere aggirato se anche in Italia la legge 40 consentisse la diagnosi reimpianto: ossia la possibilità di effettuare un test genetico sugli embrioni fecondati, impiantando nel grembo materno solo quelli sani.
Il rischio di avere un figlio malato
Non si parla certo di eugenetica, di manipolazioni effettuate al fine di avere bambini più alti, con un determinato colore di occhi e di capelli, ma della possibilità, resa reale dalla scienza, di mettere al mondo un figlio sano. Uno sfizio? Piuttosto, un diritto di ogni genitore, un traguardo della medicina, una possibilità per evitare il ben più traumatico – anche se concesso – aborto terapeutico: un intervento che si effettua più avanti, su un feto già sviluppato, distruggendo una progettualità fatta di emozioni e di speranze. Nel nostro paese, alcune coppie hanno ottenuto, caso per caso, la possibilità di effettuare la diagnosi pre-impianto, facendo ricorso alla Corte Costituzionale. L’ultimo caso è quello dei coniugi Pavan, entrambi portatori sani di fibrosi cistica e già genitori di una bimba di sei anni, affetta dalla malattia. La fibrosi cistica è caratterizzata da una iperproduzione di muco molto denso e viscoso pronto ad invadere tutti gli organi, rendendo difficoltosa la respirazione e abbreviando l’aspettativa di vita. La possibilità di avere un figlio affetto da fibrosi cistica è di una su quattro e, per non correre il rischio, Rosetta e Walter Pavan hanno deciso di ricorrere alla Fecondazione assistita, che vieta però la diagnosi pre-impianto, necessaria per conoscere la salute del feto. I due si sono rivolti alla Corte Europea per i diritti dell’uomo, i giudici concordemente hanno emesso la sentenza: “la legge italiana sulla PMA è incoerente e viola i diritti umani.”
Una legge contestata più volte
I Giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo evidenziano soprattutto l’incoerenza della legge n° 40, in quanto non prevede la possibilità di effettuare uno screening pre-impianto per escludere la possibilità di malattie genetiche, tra cui la fibrosi cistica. La legge dello Stato Italiano n°194/1978, ammette l’aborto terapeutico nel caso in cui il feto sia affetto da malattia fortemente invalidanti. Se lo Stato italiano non farà ricorso, come promette invece il Ministro Balduzzi, la sentenza diverrà effettiva nel giro di tre mesi: lo stato dovrà versare alla coppia 15.000 euro a titolo di risarcimento per la violazione dei diritti morali, oltre a 6.000 euro di spese legali. La sentenza non ha mancato di suscitare accese discussioni. Da una parte, alcuni ginecologi hanno approvato la sentenza, segno che forse i tempi sono maturi per il cambiamento di una legge che piace poco. Altri esperti hanno ribadito di quanto la diagnosi pre-impianto e aborto terapeutico siano due ambiti completamente diversi, che non vanno confusi. D’altra parte, non è la prima sentenza della Corte Europea contro la legge 40: molte altre coppie si sono rivolte allo stesso organismo per contestare uno o più punti della legge. La Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo si è pronunciata a favore, eppure finora mai si è aperto un precedente per mettere in discussione la legge. Forse si preferisce decidere caso per caso, per evitare che alla fine si producano distorsioni di una legge concepita con un unico obiettivo: permettere alle coppie la gioia di un figlio.
Giorgia Andretti