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I disegni di Bianchino

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Inaspettatamente anche un difetto può trasformarsi in una risorsa in grado di regalare allegria agli amici

Tutti gli abitanti del mare lo chiamavano Bianchino perché le sue piume erano più candide della neve. Lui, un gabbiano con il becco a forma di pennino, era stato sempre preso in giro per la forma tanto strana del suo becco. “Vattene, brutto gabbiano con il pennino in bocca!” lo ingiuriavano gli altri piccoli gabbiani. Allora Bianchino scappava nel cielo, tutto solo, e spesso piangeva e le sue lacrime cadevano sulla testa dei pescatori. “Pioverà” diceva il granchio, “ma no!” rispondeva il riccio, “è Bianchino che piange”.
Crescendo, Bianchino dimenticò le sue lacrime e divenne un gabbiano allegro. Gli piaceva sorvolare la piccola scuola vicino al mare e i bambini, divertiti, lo salutavano. Notando quello strano becco, i bambini ebbero un’idea: disposero sul davanzale della finestra dieci bottigliette di inchiostro di tutti i colori. Il gabbiano planava fino ad intingervi il becco e, subito dopo, iniziava a scrivere in cielo. Bianchino scriveva tutto ciò che gli passava per la mente: i nomi de bambini, quello del maestro, suscitando l’allegria dei bambini.

Un mattino Bianchino, dopo aver ben imbevuto il suo becco, si mise ad inventare delle vignette nel cielo. La storia raccontata dal gabbiano era così avvincente che i piccoli allievi non ascoltavano neanche più il maestro. E Bianchino disegnava, disegnava come un matto, raccontando dei suoi viaggi in strane regioni che nessuno aveva mai esplorato.
Si ricordava di un paese a forma di gessetto dove vivevano dei topini gialli che ridevano tutto il giorno e adoravano fare delle lunghe passeggiate sul suo dorso.
Topolini, alberi, spiagge: Bianchino era veramente infaticabile, e continuava a volteggiare in cielo tratteggiando sempre nuove forme. Ma ben presto il maestro si arrabbiò perché nessuno lo ascoltava più. Quei birbantelli non avevano occhi che per Bianchino che faceva acrobazie in cielo; allora decise di mettere delle pesanti persiane alle finestre. Ma i bambini approfittavano della ricreazione per andare a salutare Bianchino, salendo sulla tettoia del cortile. “Scendete di lì” urlava il maestro. Ma i bambini si divertivano sempre di più, soprattutto quando Bianchino disegnò in cielo proprio il faccione del maestro, con un paio di orribili baffi e due gessetti nel naso.

Il maestro, infuriato, rientrò in classe per ritornare indietro con una fionda. “Presto, datemi un sasso, voglio colpire quel gabbianaccio!”. Ma tutti i bambini tacquero e il maestro, nonostante l’affannosa ricerca, non riuscì a trovare nulla. Allora prese una gomma e mirò l’uccello, mancandolo fortunatamente, cancellando però parte del disegno. Di seguito, il maestro provò a colpire Bianchino con dei bottoni, un temperino, una bottiglietta d’inchiostro ed anche una mela, senza comunque raggiungere il suo bersaglio. Il maestro allora riprese la sua lezione abbandonando la sfida con il gabbiano.
Il giorno successivo, scrutando il cielo, i bambini ebbero una brutta sorpresa: il disegno gigante era scomparso. “L’ha portato via il vento” spiegò Bianchino “meglio così” commentò il maestro. Inoltre Bianchino oramai non poteva più continuare a disegnare in cielo, poiché il maestro aveva confiscato tutte le piccole bottigliette d’inchiostro.

L’inverno si avvicinava e Bianchino iniziò ad essere molto triste. Piovve molto quell’autunno e il becco del povero gabbiano iniziò ad arrugginirsi. “Ben gli sta!” ridacchiava il maestro. Allora Ginetto, il figlio del meccanico, ebbe un’idea. Dopo la scuola, fece segno a Bianchino di venire a posarsi sulla sua spalla.
“Bianchino, ti condurrò al garage di mio padre: lui riparerà il tuo becco.” Il gabbiano su un banco e il papà di Ginetto gli grattò il becco con il foglio di carta vetrata. “Ahi, basta, mi fa male” si lamentò Bianchino. “Andiamo, su, un po’ di coraggio, piccolo gabbiano” E ben presto ebbe il becco più bello del mondo; un becco a forma di pennino che brillava come una pietra preziosa.
“E se tu passassi l’inverno in garage?” propose il papà di Ginetto. “Ti occuperai della mia corrispondenza. Ginetto mi ha molto parlato della tua bella scrittura. Poi potresti anche aiutarlo a fare i compiti”. Bianchino accettò e quando tornò la primavera, lui ricominciò a disegnare nel cielo per la gioia immensa dei bambini.

 

Giancarlo Strocchia

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