

In questi giorni siamo in molti di noi a restare colpiti dalla triste notizia del bambino piemontese di 10 anni, morto in ospedale a Torino per la conseguenza di un’infezione da Covid-19. Il piccolo non aveva patologie, stava per essere vaccinato come del resto lo erano già i suoi famigliari. Eppure, il virus gli ha procurato una miocardite e altri danni gravissimi. Nemmeno i giovanissimi sono quindi al sicuro dalle conseguenze del contagio di Covid-19.
Gli effetti non sono solo quelli immediati, ma ce ne sono altri a lungo termine, che possono causare disturbi anche se il bambino si riprende. Si tratta del long Covid, un insieme di malesseri psicofisici che resistono anche per molto tempo dopo l’infezione primaria. Addirittura, sostengono gli esperti, ci potrebbero essere conseguenze anche dopo anni. È insomma ormai certo che una della fake più diffuse è che i bambini non si ammalano di Covid e che per i più piccoli il virus non è pericoloso. Sulla base dei casi esaminati in quasi due anni lo ribadiscono gli esperti della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs, le cose non stanno proprio così. Al pronto soccorso dell’ospedale romano a partire da marzo 2020 sono stati visitati oltre 160 bambini con Covid pediatrico e per 32 di questi è stato necessario il ricovero. Dall’unità di Pediatria del Gemelli i responsabili raccontano come siano stati trattati più di trenta bambini con forme moderato-gravi di Covid, di cui 8 con sindrome multi-infiammatoria sistemica. In collaborazione con i colleghi neonatologi, stanno attualmente seguendo circa 200 neonati da mamme positive. Presso l’Ambulatorio di Post-Covid pediatrico del Gemelli si stanno inoltre seguendo 150 bambini, 55 dei quali con sintomi da long Covid.
Anche tra i bambini, quindi, casi sintomatici potrebbero essere solo la punta dell’iceberg di quello che il Sars CoV-2 ha in serbo per i mesi e forse per gli anni dopo il contagio. Uno studio condotto dai pediatri del Gemelli e pubblicato lo scorso aprile su Acta Paediatrica, ha coinvolto 129 ragazzi e bambini – età media 11 anni – con diagnosi di Covid, effettuata tra marzo e novembre 2020: oltre la metà presentava almeno un sintomo cronico persistente a distanza di due mesi dall’infezione, anche tra chi aveva avuto una forma asintomatica. Ed è recentissima la scoperta, per opera di uno studio americano e di uno svizzero, dei fattori di rischio che possono far sviluppare il long Covid in alcuni soggetti. Nello studio americano si è scoperto che il 95% alla diagnosi del Covid presentava almeno uno di questi quattro fattori di rischio: presenza di autoanticorpi, livello nel sangue di RNA virale all’inizio dell’infezione, riattivazione del virus di Epstein-Barr della mononucleosi e il diabete di tipo 2. Il più frequente era la presenza di autoanticorpi, presente nei due terzi dei casi di Long Covid. Lo studio svizzero ha evidenziato che le persone che sviluppavano il Long Covid tendevano ad avere bassi livelli di anticorpi IgM e IgG3. Si spera che queste conoscenze in più aiutino a individuare e trattare in tempo i casi più a rischio.
Sahalima Giovannini
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