

Rabbia, felicità, allegria e paura… Tu chiamale se vuoi… emozioni. Cantava così Lucio Battisti, solo pochi decenni fa. Le emozioni fanno parte del sentire umano da tutte le epoche, tutti gli animali vivono stati emotivi e fin dal grembo materno. Solo in epoche abbastanza recenti, era il 1872, lo scienziato Charles Darwin le studiò in modo più approfondito. Lo studioso, indagando questi stati mentali accompagnati da modificazioni motorie e fisiologiche, questa è la definizione scientificamente corretta degli stati emotivi, si chiese prima di tutto se le espressioni facciali delle emozioni fossero universali e se fossero innate oppure essere condizionate dall’esperienza.
Darwin scoprì che le emozioni sono presenti dalla nascita e che sono universali: in qualunque luogo della terra si sia nati, le espressioni fisiologiche delle emozioni sono simili, quindi universali. Le emozioni sono il prodotto di modificazioni neuro-fisiologiche e processi psicologici e sono il risultato della sinergia di tre componenti: biochimica, comportamento ed esperienza oggettiva. Le emozioni sono quindi la combinazione di un processo innato a cui si aggiunge il bagaglio culturale più l’esperienza sociale e l’apprendimento. Le emozioni così intese stimolano la conoscenza e lo sviluppo della percezione del sé. L’esperienza soggettiva delle emozioni modula velocemente la risposta in modo da poter essere richiamata sia dai pensieri sia dai ricordi. La memorizzazione degli stati emotivi, è funzionale alla sopravvivenza.
Pensiamo per esempio agli stati emotivi primordiali: gioia, tristezza, rabbia, paura, senso di colpa.
Il bambino imparerà, attraverso l’educazione, a controllare e differire le varie emozioni, soprattutto quelle non accettate dal contesto sociale in cui è inserito. La gestione delle emozioni cresce di pari passo con la crescita: dall’infanzia all’adolescenza passando per la fanciullezza. In genere questo sviluppo avviene in modo continuativo, e consiste in una rimodulazione degli stati emotivi e affettivi tra il sé, abbozzato e la socializzazione divisa tra famiglia e scuola. Non sempre è così: a volte in adolescenza un ragazzo fatica a riordinare i propri stati emotivi e affettivi relazionandoli con quanto il contesto intorno a lui gli offre o richiede. Il rapido sviluppo del corpo ha un impatto notevole sull’immagine di sé perché ogni volta un ragazzo deve confrontare le insicurezze e le insoddisfazioni che gli provengono dall’esterno con i propri stati emotivi. Questo è il momento più complesso per il raggiungimento dell’autostima. Questa viene definita come la percezione che una persona ha di se stessa e dipende dalla complessità degli stati emotivi che si sono sviluppati nel corso della crescita e dalle risposte, positive o negative, che arrivano dall’ambiente in cui il ragazzo vive. L’autostima è un processo che segue passo passo lo sviluppo somatico e deve amalgamarsi con gli stati emotivi, formando la definitiva struttura della personalità di base.
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Medico psichiatra, psicologo, psicoterapeuta
Associato SIMA – Società Italiana Medicina dell’Adolescenza