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Più tempo per fare i papà

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Secondo una ricerca i padri inglesi vorrebbero stare di più con i figli. E in Italia a che punto siamo?

Più tempo per stare con i figli. Questa la rivendicazione dei papà moderni. Almeno in Inghilterra dove una ricerca della Commissione Pari Opportunità ha rivelato che, nonostante il tempo da dedicare ai figli sia passato dai 15 minuti al giorno della generazione precedente alle 2 ore di quella attuale, i papà inglesi starebbero di più con i figli se solo avessero orari più flessibili. Secondo l’80 per cento degli intervistati è il lavoro il maggiore ostacolo: due padri su cinque lavorano più di 48 ore a settimana mentre uno su 8 ne lavora almeno 60. I dipendenti, poi, non hanno alcun genere di orario flessibile. Se nel fine settimana il tempo trascorso con i figli raggiunge le sei ore e mezza in media, non basta comunque a soddisfare il desiderio di vicinanza. Desiderio che, in linea di tendenza, riguarda anche i papà italiani più o meno alle prese con le stesse lamentele dei sudditi della regina Elisabetta. Il cambiamento non è da poco rispetto al passato e, anche in Italia, dipende dal ruolo della figura maschile nella famiglia negli ultimi 20/30 anni. Anche se permangono ostacoli di tipo culturale, affettivo, psicologico e soprattutto economico allo scambio totale di ruoli tra mamma e papà, sul piano pratico non esistono però più barriere. E’ oramai assodato che anche un papà, contro gli stereotipi dell’uomo imbranato coi bambini, sarebbe in grado, come una mamma, di accudire perfettamente ai figli.

La legge che aiuta i papà
In Italia il problema dell’avere più tempo per stare con i figli assume anche i toni di una contraddizione. A fronte del crescente numero di papà che lamentano troppo poco tempo per i figli, nel nostro Paese non decolla l’uso della legge sui ‘Congedi parentali’, che, riconoscendo anche ai padri tempo per i figli in deroga al lavoro, renderebbe più facile realizzare questo desiderio. Se conoscere quanti papà vi hanno fatto ricorso dalla sua entrata in vigore (il 2000) è una fatica immane, complici anche una serie di cattive abitudini burocratiche tutte italiane, a complicare la situazione entrano in gioco anche altri due fattori. “Il primo – spiega Maurizio Quilici presidente dell’ISP, l’Istituto di Studi sulla Paternità – è l’ignoranza di questa legge da parte dei padri. Il secondo è un fattore di tipo culturale. In Italia – continua – un papà che riduce il lavoro per occuparsi dei figli non è considerato encomiabile ma viene guardato con sospetto e quasi con disapprovazione”, soprattutto dagli uffici del personale delle aziende. Ecco perché bisogna sostenere, come auspica l’Isp, campagne informative e di sensibilizzazione per diminuire l’ignoranza dei padri ma anche per facilitare il cambio di mentalità delle aziende. Un tentativo lo ha fatto, ad esempio, l’Assessorato alle Pari opportunità della Regione Veneto che, in occasione dell’8 marzo scorso, nel solco della parità di diritti tra uomo e donna, appunto, ha lanciato una campagna rivolta ai papà per sensibilizzarli sull’uso dei congedi parentali, nell’ambito del progetto europeo “Padri attivi fin dalla nascita”.

La rinuncia al tempo libero
Oltre a questo, per avere più tempo da dedicare ai figli, i papà devono imparare anche a sottrarre spazi al loro tempo libero, magari “rinunciando ad una partita di tennis o di calcetto con gli amici”, interviene ancora Quilici. Bisogna, poi, stare molto attenti a come si organizza il tempo con i figli. Questo è un problema che emerge “soprattutto – interviene Quilici – con i padri separati. Per loro il tempo da trascorrere con i figli, necessariamente limitato perché nel 92 per cento dei casi i minori sono affidati alle madri, diventa fonte di angoscia, nel tentativo di concentrare in poche ore o pochi giorni tutto il possibile immaginabile per fare contenti i bambini”. Oltre ad essere molto faticoso, il rischio è di trasmettere ai piccoli una visione troppo ludica della vita con papà, a discapito della quotidianità e della naturalezza su cui si basa il rapporto padre-figli nel giorno per giorno. Il rischio è però sempre in agguato, anche nelle famiglie normali e non deve diventare un alibi. Bisogna cioè sfatare il mito del ‘quality time’, come lo definisce Quilici, perché non è vero che poco tempo, ma significativo, è meglio di tante ore passate insieme. Se, poi, i papà vogliono fare un’esperienza davvero importante, non perdano l’occasione di un viaggio con i figli entro l’età dell’adolescenza. “Nella vacanza a due – conclude Quilici – si creano infatti dinamiche particolari che fanno bene al rapporto e che non scattano all’interno dello spazio domestico, dove ci sono anche altre figure”.

In Rete:
Istituto di Studi sulla Paternità

 

Antonella Valentini

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