

Parlando di gente comune o, meglio, di studenti comuni, sembra proprio che la matematica sia la bestia nera tra tutti gli insegnamenti. È vero, le prove Invalsi più recenti denotano un certo miglioramento nell’approccio ai concetti matematici da parte dei nostri ragazzi, senza distinzione di sesso, ma il nostro livello generale non è ancora riuscito a raggiungere le eccezionalità di alcuni paesi asiatici, in particolare la Cina, il Giappone e l’India. Ci chiediamo se dovremmo rassegnarci ad essere ricordati solo come un popolo di poeti o navigatori o se, invece, sarebbe il caso di approfondire le cause di questa lacuna culturale. Per non essere sempre considerati quelli che non hanno la mente matematica, non lasciamoci cadere in luoghi comuni culturali: cerchiamo di capire se ci sono ragioni neurologiche o didattiche oppure se davvero a noi Italiani, popolo fantasioso e creativo, non interessa più di tanto riproporre azioni meccaniche e ripetitive, con esercizi basati su ragionamenti logici e astratti.
Matematica: la materia più temuta
Di fronte ad un problema matematico sono molti i bambini a reagire con un atteggiamento di chiusura, descrivendosi infine come incapace, stupido o annoiato, ma soprattutto prigioniero di una situazione statica, non migliorabile in nessun modo, contrariamente alle tesi della ricerca psicologica, le quali riconoscono abilità matematiche innate in ogni singolo individuo. L’espressione visibile della sofferenza nei confronti della matematica può tramutarsi in molti casi in vere e proprie somatizzazioni. Frequenti sono le lamentele di stati di ansia e agitazione diffusi, mal di pancia e sudorazione. Uno studio dell’Università di Chicago, pubblicato sulla rivista Plos One, ha dimostrato addirittura csi come l’ansia da prestazione di fronte a operazioni matematiche attiva l’insula posteriore del cervello, correlata alla percezione del dolore e alla minaccia per l’incolumità. Gli insuccessi vengono percepiti come un deficit soggettivo d’ intelligenza, un’abilità che non ci appartiene e non potrà più essere acquisita. Naturale conseguenza, ahimè, è la formazione di un giudizio negativo sulle proprie capacità e sul proprio valore intellettuale, che si rifletterà purtroppo sulle relazioni complessive, con un vertiginoso crollo dell’autostima. Le colpe spesso si ravvisano in un limite sociale o biologico, nella disumanità della materia, nelle scarse competenze dell’insegnante di turno. Dov’è il senso di ciò che si sta apprendendo? Troppe volte si trascura questo fondamentale interrogativo e si ingozzano gli alunni di eccessive, indigeste, incomprensibili e fredde nozioni.
Numeri: una prerogativa di menti elette?
Non ottenere risultati positivi in matematica non significa essere poco intelligenti, a detta della ricerca psicopedagogica. Alcune etnie, soprattutto nell’area asiatica o particolari predisposizioni cognitive più o meno adattate alle realtà appaiono maggiormente portate per il calcolo e il ragionamento matematico. Gli studiosi del campo hanno però dimostrato di quanto le predisposizioni all’intelligenza numerica come a quella verbale, in soggetti anche con ritardo mentale, sono equivalenti per tutti alla nascita. Il rapporto tra matematica e natura è profondamente radicato nella sua origine. Fin dai tempi più antichi l’uomo ha sentito la necessità di utilizzare metodi matematici, astratti per definizione, per risolvere problemi concreti, partendo da strumenti altrettanto concreti. A partire dal conteggio coi sassolini, la matematica si poggia sempre sul reale e poi se ne distacca e astrae, se ne libera completamente per poi farlo riaffiorare e così accade anche nella geometria. Alcuni reperti archeologici relativi al periodo dell’Homo sapiens e riguardanti numeri, presentano su ossa animali incisioni che richiamano simboli di tipo matematico. Il concetto di quantità, dunque, risiede nel nostro cervello arcaico e le zone del cervello matematico sono più antiche a livello evolutivo e diverse da quelle linguistiche. La matematica è quindi parte della cultura, collegabile a tutte le altre forme di conoscenza, crogiuolo di strumenti concettuali per risolvere problemi reali.
Ed il blocco matematico è allora un fatto culturale?
Iniziamo con il distinguere la semplice difficoltà in matematica, dal vero e proprio disturbo neurobiologico della discalculia evolutiva, disturbo specifica di apprendimento -DSA, come la dislessia o la disgrafia. Essa consiste in disturbi dell’apprendimento del sistema numerico, è una disfunzione sicuramente prenatale, legata ad anomalie dei filamenti cromosomici. Solo 2 bimbi ogni 1000 presentano la discalculia, mentre 5 ogni 25 hanno difficoltà nei calcoli matematici o nei problemi. I risultati della ricerca, volta al potenziamento dei processi cognitivi specifici alla base della conoscenza numerica e del calcolo, come afferma la prof.ssa Daniela Lucangeli tra le pagine del suo libro:L’intelligenza numerica, richiederebbero una mirata modificazione dei sistemi attuali di insegnamento. E’ necessario plasmare il cervello, attraverso la didattica giusta. L’intelligenza o cognizione numerica è analogica ed innata, sicuramente non verbale. La struttura verbale è organizzata dal cervello fonologicamente – memoria fonologica, mentre la struttura numerica adotta un meccanismo visuospaziale – la zona del cervello che controlla la quantità è affiancata a quella del controllo dello spazio e non il linguaggio: per evitare difficoltà e danni è necessario utilizzare nell’insegnamento della matematica un sistema che utilizzi la strategia adeguata. La scuola dovrebbe, attraverso un apprendimento attivo e pertinente, garantire lo sviluppo dei meccanismi universali di base, delle strutture cognitive di quantità, potenzialità presenti in ogni cervello. Ogni cervello è in grado divenire abile, purché esercitato bene. Solo l’incontro tra l’insegnamento e il processo biologico genera la conoscenza, quindi spazio ai giochi sulla quantità fino ai cinque anni, con le dita, le scale ecc. ed evitare la verbalizzazione della matematica.
Il problema della paura della matematica
E’ un argomento affrontato egregiamente, da un punto di vista psicopedagogico, dalla dott.ssa Anne Saiety in Matematica, mio terrore. Sintetizzare con schemi, giustificare le singole operazioni o scelte, rappresentare il più possibile graficamente, utilizzare il corpo, ricercare esempi dall’esperienza quotidiana o in racconti fantastici a cui applicare i concetti matematici, riflettere sul rapporto tra il linguaggio specifico e quello comune potrebbero costituire le giuste basi per una didattica efficace, appassionante e soddisfacente. Laddove non sia presente un handicap reale cognitivo, la difficoltà può essere affrontata, sostiene la studiosa, e brillantemente superata, impegnandosi ad intraprendere il giusto percorso metodologico di apprendimento, attraverso il lavoro sinergico tra scuola, famiglia, se necessario con l’aiuto di uno specialista.
Fabiana Angelucci