Il colloquio con gli insegnanti dei nostri ragazzi non è sempre gradevole

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Il colloquio con gli insegnanti dei nostri ragazzi non è sempre gradevole

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Ci siamo: ormai alla conclusione di un altro anno scolastico manca poco più di un mese e mezzo. Sei settimane in cui però i nostri figli ormai a scuola possono ancora fare molto. Si può rimediare quel voto non proprio brillante e dimostrare, nell’ultima parte dell’anno, di voler fare uno sforzo per dare il meglio di sé. Sono molti i genitori che, consapevoli di questo, approfittano delle ultime settimane per un colloquio con gli insegnanti dei propri figli. Lo fanno perché vogliono sapere cosa aspettarsi in pagella, prima di tutto, ma non solo. Desiderano conoscere il percorso di maturazione del proprio figlio, i miglioramenti, le incertezze, collaborare con i docenti per porre rimedio a eventuali lacune. Mamme e papà desiderano dare il meglio di sé nel corso di questi incontri: devono fare però i conti con tante variabili, il poco tempo a disposizione, per esempio, il timore di sentirsi riferire aspetti poco piacevoli della vita scolastica del figlio e, non ultima, l’emozione che prende anche da adulti, quando si deve affrontare l’ambiente della scuola, che rende tutti un po’ timidi e fa tornare bambini. Ecco allora i nostri consigli per trasformare il colloquio con i professori in un momento davvero costruttivo per i figli.

Anche l’occhio vuole la sua parte
L’aspetto esteriore ha la sua importanza, perché può comunicare all’insegnante molte cose di noi, della persona che quotidianamente ha un vissuto affettivo con l’alunno e che si occupa di lui. Il consiglio è sempre quello di essere se stessi: no all’abbigliamento eccessivamente elegante, all’ostentazione di un particolare gioiello, al profumo troppo intenso. E’ sufficiente essere in ordine e curati, per trasmettere essenzialmente un messaggio di rispetto nei confronti del prossimo. Il secondo aspetto è la puntualità, anche questo una forma di rispetto. Ci sono stati assegnati un orario e un tempo da rispettare, a noi come ad altri genitori, anch’essi desiderosi di sapere dei figli, che come noi possono aver preso un permesso dal lavoro: arrivare tardi o prolungarsi troppo oltre i dieci minuti che ci sono stati destinati significa far slittare l’orario degli altri genitori. Presentiamoci quindi rilassati, sorridenti, pronti soprattutto ad ascoltare piuttosto che a parlare. Limitiamoci a semplici parole di incontro, a un saluto gentile e sorridente, a una stretta di mano, se non abbiamo mai visto prima quell’insegnante.

Ascoltiamo con attenzione le parole dell’insegnante
Quindi, concentriamoci sulle parole dell’insegnante. Quando tocca a noi parlare, in risposta a quello che sostengono i docenti, limitiamoci a commentare serenamente quello che ci è stato detto. Possiamo trovarci più o meno d’accordo nella descrizione scolastica che ci viene fatta di nostro figlio, ma evitiamo sempre di porci “contro”. Certo, non sempre le parole del docente fanno piacere, soprattutto se il ragazzo ha poca voglia di studiare o presenta qualche tipo di difficoltà. Ma cerchiamo di ricordare che gli insegnanti sono adulti come noi, che hanno la possibilità di valutare i nostri figli da un’angolazione per noi impossibile: vedere il loro comportamento dietro il banco, ogni giorno. Per questo possono essere molto obiettivi e riferire un quadro assolutamente corretto di un bambino. Se anche l’insegnante avanza qualche critica o racconta episodi che non ci fanno piacere, cerchiamo di evitare l’atteggiamento da strenui difensori di nostro figlio. Non è sotto processo, l’insegnante non è un giudice implacabile ma un professionista preparato che cerca di far crescere il meglio possibile, dal punto di vista didattico e intellettuale, nostro figlio. Evitiamo quindi prenderla sul piano personale, sentendoci feriti come se fossimo, noi, i genitori, ad aver fallito. Ascoltiamo, prendiamo atto e diamo se possibile ragione all’insegnante: oggi è troppo facile stare dalla parte del proprio ragazzo, anche quando ha obiettivamente torto.

Genitori e insegnanti uniti per aiutare un alunno
Evitiamo pensieri o frasi del tipo “ce l’ha con te, ormai ha un quadro negativo di te, dimostragli quanto vali”. Questo ha solo l’effetto di confonderlo e di non aiutarlo a fidarsi più dell’insegnante. Al contrario, è importante che docente e genitori stiano dalla stessa parte nel lodare una condotta non positiva, nello stimolare allo studio, nello spingere a fare di più e meglio. Un bambino o un ragazzino si sente più sicuro nel vedere gli adulti che stanno dalla stessa parte perché essi rappresentano per lui l’autorità alla quale fare riferimento. E il compito spetta proprio a noi genitori che siamo i mediatori tra la scuola e la casa, tra gli insegnanti e nostro figlio. Quando poi tocca a noi parlare, chiediamo soprattutto che cosa possiamo fare per aiutare nostro figlio a migliorare, a compensare lacune, ad abbattere difficoltà. L’insegnante si sentirà gratificato nel poter dare questi consigli. Parliamo soprattutto per spiegare, mai per difendere e limitiamoci ai fatti che riguardano il rendimento e la condotta scolastica del nostro bambino. Evitiamo di perderci in particolari della storia personale e in aneddoti su nostro figlio, a meno che questi non incidano sulla resa scolastica. Un momento difficile in famiglia come la separazione dei genitori, un periodo di malattia, un litigio serio con un amico sono episodi che vanno senz’altro riferiti perché possono motivare certi atteggiamenti a scuola.

Sahalima Giovannini

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