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Parolacce, come affrontare un evento inevitabile

bambini e parolacce
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Verso i tre, quattro anni, il vocabolario di un bambino si arricchisce di termini nuovi, più complessi, parole che gli restano impresse per il suono o per averli ascoltati in contesti particolari. Entrano a far parte del linguaggio del bambino anche le parolacce. Il piccolo le sente ovunque: alla scuola materna, ai giardinetti, dal fratello maggiore e qualche volta anche dai genitori. Impedire che le impari è insomma difficile, così come è difficile che non inizi a ripeterle in contesti poco appropriati, facendo arrossire i genitori. Qualcosa per gestire queste situazioni si può fare.

Perché il bimbo impara e ripete le parolacce

Il piccolo le ascolta e a poco a poco le apprende, quindi le parolacce diventano termini di uso comune, senza un significato negativo in particolare per lui; le ripete esattamente come farebbe con altre parole come casa, palla e amico. Un bambino che dice una parolaccia, insomma, lo fa senza malizia, per pura ripetizione e spesso anche per emulazione. Infatti, spesso le parolacce provengono da una figura che lui avverte come positiva e superiore: il fratello più grande, il papà, un personaggio della televisione. Quindi le parolacce hanno un certo fascino, soprattutto tenendo conto che le parolacce vengono spesso pronunciate con foga, in un momento di rabbia che il bambino percepisce come intenso e carico di emotività.

Queste irresistibili parolacce

In questa fase di apprendimento del linguaggio, il piccolo ripete le parolacce in tutta tranquillità, nei contesti più disparati e senza attribuirvi importanza. Quello che innesca l’interesse verso la parolaccia stessa è la reazione degli adulti. La rabbia e la sgridata che seguono carica la parolaccia di un alone di proibito e di trasgressione, purtroppo esercita un fascino irresistibile sul piccolo. Lui capisce che certi termini non sono uguali agli altri e inizia a servirsene come arma per mostrare di essere grande, per imporre il proprio punto di vista. È però essenziale evitare che le parolacce entrino a far parte dell’uso comune del ragazzino. Sono sconsigliati i rimproveri, aumentano ancora di più la tentazione a utilizzare un termine proibito. Non lo si deve zittire con una frase del tipo – non si deve dire, punto e basta – questo non fa che aumentare la curiosità del bambino. Anche fare finta di niente, però, è sbagliato, perché autorizza un bambino a continuare. È giusto rimproverarlo, ma in modo costruttivo, non repressivo.

È preferibile utilizzare il ragionamento piuttosto che il rimprovero

Con calma e con il ragionamento si può rendere il piccolo consapevole che certi termini non vanno proprio usato; deve essere spiegato che certe parole hanno un significato negativo, perché alludono a cose, parti del corpo o funzioni che non è bello pronunciare davanti alle altre persone. Con sinonimi più semplici e puliti, gli si può chiarire il significato delle parolacce. Spesso in questo modo si soddisfa la curiosità del bambino e lui perde del tutto interesse a ripeterla. L’esempio dato dai genitori, ma anche dai fratelli maggiori, dai nonni e dagli adulti con cui entra in contatto è fondamentale: davanti ai bambini si deve utilizzare un linguaggio pulito. È inutile, infatti, che la mamma o il papà gli ripetano – non dire quella brutta parola – se loro la usano in continuazione. 

Sahalima Giovannini

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