

Di lei si è parlato molto negli ultimi giorni, come si è fatto un tempo per Safìa, Intisar, Layla e altre donne condannate a pene capitali. Di lei si conoscono soprattutto le foto in abito da sposa: bellissima, si stringe al giovane marito, lo sguardo sognante in una regalità che ricorda come dovevano essere Aida o la regina di Saba. Come sia adesso Meriam, lo possiamo soltanto immaginare: cronache, televisione e giornali parlano di una donna in carcere, con le catene alle caviglie. Con lei il bambino più grande, venti mesi e l’aspetto provato per le tante malattie contratte in quel luogo malsano e la neonata Maya, di appena un giorno di vita.
Una cristiana che non vuole abiurare
Meriam Yeilah Ibrahim, medico di 27 anni, è in prigione per due colpe, considerate imperdonabili nel paese in cui vive, il Sudan musulmano. Lei è cristiana ortodossa ha sposato un giovane cattolico, le è stato chiesto di rinnegare la sua fede per convertirsi all’Islam, al suo rifiuto è scattato l’arresto. Imprigionata, il giudice le ha chiesto di abiurare alla sua religione e tornare a essere musulmana, dandole tre giorni di tempo per decidere: lei, con calma serafica, ha risposto di non avere nessuna intenzione di lasciare il cristianesimo ortodosso, la sua vera religione, quella in cui è stata cresciuta dalla madre. Per questo rifiuto, è stata giudicata un’apostata ed è stata condannata a morte dopo aver subito cento frustate. Quest’ultima punizione è la pena per l’accusa di adulterio: l’aver sposato un cristiano, quindi un infedele, il loro matrimonio non ha alcun valore davanti alle autorità. Dunque vivono nel peccato e per questo la donna è un’adultera. Meriam alla sentenza ha reagito con serenità. Qualcuno ha lodato il suo essere una vera cristiana, testimone con la vita stessa dell’insegnamento del Signore. Qualcun altro ha sostenuto che è serena perché prima di una reale esecuzione delle punizione il processo sarà ancora lungo. C’è stato perfino chi l’ha criticata, sostenendo che, almeno per il bene dei figli, poteva abiurare.
Raccogliamo la protesta per Meriam
Intanto però la ragazza è in carcere ed è davvero provata. Ha dato alla luce ieri, 27 maggio, la piccola Maya. Non è nemmeno stata trasferita in ospedale per il parto, ma soltanto nell’infermeria del carcere. Per i cattolici più convinti si tratta dell’ennesimo episodio di intolleranza religiosa da parte dei musulmani, anche se insigni esperti occidentali, studiosi dell’Islam e del Corano, sostengono che mai Maometto raccomandò di ricorrere alla coercizione per convertire le persone. Si tratta, insomma, di un fanatismo che non avrebbe storia, di estremismi che trovano terreno in quelle compagni sociali che, come è successo anche in certe epoche con il cristianesimo, temono le donne. Perché Meriam ha tutto questo: è una donna bella, giovane, intelligente, è una moglie e una madre amata e soprattutto ha successo. Perché sembra che dietro tutto ci siano squallidi interessi: sembra che un fratellastro e una sorellastra di Meriam, figli del padre che, musulmano, aveva abbandonato la famiglia, abbiano denunciato la giovane, desiderosi di impadronirsi di una sua redditizia attività commerciale. Quali che siano i motivi dell’arresto, il risultato è uno solo: una ragazza è in carcere con i suoi due figli, piccolissimi, solo perché desidera vivere libera, libera di professare il proprio credo religioso. Questo è un crimine che va oltre l’offesa rivolta a un singolo individuo: è la repressione stessa della vita. Meriam, nonostante l’altissima posta in gioco – la vita dei due figli – non si è arresa, perché la via più facile avrebbe salvato lei e i bambini, ma avrebbe rappresentato la sconfitta. Noi donne, noi mamme, noi persone di Guidagenitori non lo possiamo accettare: per questo ci siamo rivolti anche allo shaykh Abd al-Wahid e ad alcuni delegati della Comunità Religiosa Islamica Italiana, questa settimana in Terra Santa insieme a Papa Francesco. Ecco la risposta “Rivolgeremo anche per Lei e la Sua nobile rivista una preghiera di sostegno. Un cordiale saluto, Imam Yahya Pallavicini”.
Ora lo chiediamo anche a voi: cliccate a destra dell’home page – Salviamo Meriam dall’impiccagione – è sufficiente un solo click per contribuire a salvare una vita, porteremo il nostro contributo all’ambasciatore del Sudan a Roma.
La redazione di Guidagenitori.it