Paracetamolo in gravidanza e autismo: cosa sappiamo davvero

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30 Settembre 2026

Paracetamolo in gravidanza e autismo: cosa sappiamo davvero

paracetamolo in gravidanza
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Una donna incinta prende paracetamolo per la febbre o per un forte mal di testa. Qualche tempo dopo legge che quel farmaco potrebbe aumentare il rischio di autismo nel bambino. È comprensibile che si preoccupi, soprattutto se lo ha già assunto. Ma per capire cosa significhi davvero una notizia del genere occorre distinguere due parole: associazione e causa. Il rapporto tra uso del paracetamolo paracetamolo contro ibuprofene in gravidanza e sviluppo neurologico dei figli è stato discusso anche al congresso 2026 della Società internazionale di farmacoepidemiologia, tenutosi a Milano. Gli esperti hanno esaminato gli studi disponibili e le difficoltà nel trarre conclusioni affidabili. Il punto centrale è questo: alcune ricerche hanno rilevato una maggiore frequenza di diagnosi di autismo tra i figli delle donne che avevano assunto paracetamolo, ma il dato, da solo, non dimostra che sia stato il farmaco a provocarla.

Perché è così difficile studiare questa relazione?

Chi prende un medicinale durante la gravidanza lo fa per un motivo. Dolore, emicrania, febbre o altre condizioni di salute della madre possono essere collegati a fattori che influenzano lo sviluppo del bambino. Anche la familiarità e caratteristiche condivise all’interno della famiglia possono incidere sui risultati. Se non si riesce a separare questi elementi dall’effetto del farmaco, si rischia di attribuire al paracetamolo una relazione che ha un’altra spiegazione. Uno studio svedese pubblicato nel 2024 ha analizzato i dati di circa 2,5 milioni di bambini. In una prima analisi emergeva una piccola associazione tra esposizione al paracetamolo e alcune diagnosi dello sviluppo neurologico. Quando però i ricercatori hanno confrontato fratelli della stessa famiglia, l’associazione con autismo, ADHD e disabilità intellettiva non è risultata presente. Il confronto tra fratelli aiuta a considerare alcuni fattori familiari condivisi, anche se nessun metodo di ricerca elimina ogni possibile incertezza.

Che cosa deve fare, allora, una futura mamma con la febbre o il dolore

Le indicazioni dell’Agenzia europea per i medicinali e dell’Agenzia italiana del farmaco non sono cambiate: il paracetamolo può essere utilizzato in gravidanza quando è clinicamente necessario. La raccomandazione è usare la dose efficace più bassa, per il minor tempo possibile e con la minore frequenza necessaria. Se i sintomi persistono o si ripresentano, è opportuno rivolgersi al medico per capire la causa e scegliere come intervenire. Questo non significa prendere farmaci con leggerezza. Significa valutare insieme al curante il beneficio del trattamento e la situazione concreta della donna. Anche decidere di sopportare per giorni una febbre o un dolore importante, per paura di una notizia letta online, non è automaticamente la scelta migliore. Allo stesso modo, non conviene sostituire da sole il paracetamolo con un altro antidolorifico: ogni medicinale ha indicazioni e precauzioni proprie durante la gravidanza.

A chi ha già assunto paracetamolo va detto con chiarezza

Gli studi disponibili non dimostrano che quell’assunzione abbia causato l’autismo. Non c’è motivo di trasformare una precedente compressa in un senso di colpa. Se restano dubbi sulla quantità assunta, sulla durata del trattamento o sui sintomi che lo hanno reso necessario, il ginecologo o il medico curante possono aiutare a ricostruire la situazione. La ricerca continuerà a studiare questa possibile relazione. Nel frattempo, la regola più utile è semplice: informarsi attraverso fonti affidabili e prendere le decisioni sui farmaci in gravidanza insieme ai professionisti che seguono la neo mamma, senza lasciarsi guidare dalla paura.

Sahalima Giovannini

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