
Un tema scritto in pochi secondi, un problema risolto fotografando la pagina, una ricerca pronta da consegnare: l’intelligenza artificiale sta cambiando il rapporto degli studenti con i compiti. Per genitori e insegnanti nasce una domanda concreta: come utilizzarla affinché aiuti davvero a imparare? La risposta richiede attenzione all’età, agli obiettivi didattici e al ruolo degli adulti. Avere a disposizione una risposta immediata, infatti, non significa aver compreso il percorso necessario per raggiungerla.
Il 2 settembre il sindaco Zohran Mamdani ha annunciato una moratoria per l’anno scolastico 2026-2027 sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa da parte degli alunni delle scuole pubbliche, dall’infanzia fino all’equivalente della nostra terza media. Il provvedimento interessa quasi 600mila studenti. Alle superiori sono previste possibilità limitate e supervisionate, legate anche alla conoscenza della tecnologia. La pausa servirà a definire una politica educativa più strutturata. Anche Los Angeles ha temporaneamente bloccato gli strumenti di IA generativa sui dispositivi scolastici degli studenti. Sono decisioni locali statunitensi, che alimentano però una riflessione utile anche in Italia.
Leggere una consegna, cercare le parole, tentare una soluzione e correggere un errore sono parti essenziali del lavoro scolastico. Se uno strumento svolge sistematicamente questi passaggi, lo studente perde occasioni per esercitarsi. Il rischio educativo riguarda quindi anche compiti apparentemente perfetti, dietro i quali può esserci una comprensione fragile. Un criterio utile è chiedere al ragazzo di spiegare con parole proprie ciò che ha consegnato e di applicarlo a un esempio diverso. Questo non autorizza a sostenere che ogni utilizzo dell’IA danneggi l’apprendimento. Gli effetti dipendono dal modo in cui viene proposta, dalle attività e dalla supervisione: una risposta copiata e un suggerimento discusso con l’insegnante rappresentano esperienze molto diverse.
Quando la scuola lo consente, una proposta ragionevole è utilizzare l’IA dopo un primo tentativo autonomo. Un adolescente potrebbe chiedere una spiegazione alternativa, confrontare due interpretazioni oppure farsi proporre domande per ripassare. L’insegnante dovrebbe indicare quali usi sono ammessi e come dichiararli. Per esempio: “Ho utilizzato questo strumento per individuare alcuni punti da chiarire; ho poi controllato e riscritto il testo”. Rendere visibile il procedimento permette di discutere il lavoro svolto e di riconoscere il contributo personale.
I sistemi generativi possono produrre informazioni inesatte, riferimenti inventati e risposte condizionate da pregiudizi. La sicurezza con cui presentano un contenuto non ne garantisce la correttezza. Per questo ogni informazione importante va confrontata con il libro di testo e con fonti attendibili, chiedendo chiarimenti al docente. Anche la riservatezza merita attenzione: nei servizi non autorizzati dalla scuola vanno evitati nomi, fotografie, voti e documenti personali propri o dei compagni. La scelta degli strumenti deve considerare età, protezione dei dati e finalità educative.
A casa è utile partire da una domanda semplice: “Mi fai vedere come hai lavorato?”. Interessarsi al percorso apre un confronto più costruttivo della sola ricerca di un eventuale imbroglio. I genitori possono informarsi sulle indicazioni dell’istituto e concordare modalità coerenti anche per i compiti domestici. È opportuno preservare momenti di lettura, scrittura e ragionamento autonomi, insieme al confronto con adulti e compagni. Per i più piccoli, parlare di intelligenza artificiale può cominciare anche senza utilizzare un chatbot, attraverso esempi e conversazioni guidate. L’obiettivo educativo è formare ragazzi capaci di scegliere quando uno strumento serve, riconoscerne i limiti e assumersi la responsabilità di ciò che scrivono.
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Responsabile scientifico Guidagenitori.it