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Picci, il piccione parlante

Dopo aver fatto amicizia con due simpatiche sorelline, riceve ospitalità e tanta pizza bianca da beccare

Quella che sto per raccontarti è la storia un po’ magica di un’amicizia segreta. E’ successo tutto qualche tempo fa. Un giorno me ne stavo tranquillamente a giocare in camera con mia sorella, quando il vento aprì la finestra e un piccione grigio entrò nella stanza. “Hai qualcosa da mangiare?” – chiese guardandomi con i suoi occhietti rotondi – ho una fame da lupo e mi sento molto debole”. Era la prima volta che sentivo un uccello parlare. Mia madre mi aveva letto molte storie, e quasi tutte raccontavano di animali parlanti che diventavano amici degli uomini, ma sapevo che tutto questo esisteva solo nelle favole, dunque mi stupii moltissimo nel sentire quel piccione parlare tanto bene la mia lingua. “Tu parli?” – chiesi sgranando gli occhi – com’è possibile, me lo spieghi?”. Il piccione mosse un poco le ali. “Riescono a sentirmi solo i bambini come te – rispose senza cambiare espressione, – i bambini generosi, educati, pronti ad aiutare un povero volatile stanco morto, bisognoso di amici”. La voce di quel piccione era davvero simpatica. Mia sorella Valentina lo guardava affascinata. Anche lei non aveva mai visto un animale parlante. “Vado a prendere un pezzo di pane”, – disse Valentina sgattaiolando fuori dalla porta mentre il piccione saltellava di qua e di là. “Dimmi un po’ – gli domandai – ma parlano anche i gatti, i cani e i pappagalli?”. Il piccione saltò sulla spalliera del mio letto a castello guardandosi intorno. “Dipende dal momento – rispose – e dalle persone che si incontrano. Voi, per esempio, siete speciali”. In quel momento Valentina tornò con un pezzo di pizza bianca, e il piccione, felice, saltò sul pavimento per becchettare il suo pranzo. Aveva una fame da lupo. “Grazie – disse poco dopo aprendo con il becco la finestra, – adesso torno a casa, abito proprio sul tetto di quel vecchio palazzo”. Valentina ed io lo salutammo con la mano mentre lui spiccava il volo libero e felice. “Non gli abbiamo chiesto neanche come si chiama!”, – sussurrò Valentina mentre una lacrima rotolava sulla sua tenera guanciotta. “Non importa, – risposi – da oggi in poi lo chiameremo Picci, vedrai che tornerà a trovarci”: Dopo quel giorno Picci ha bussato alla finestra della nostra stanza altre volte, con il tempo è diventato ghiotto di pizza bianca. Poi un giorno siamo partiti per le vacanze e abbiamo lasciato la nostra casa di città. Quando siamo tornati, abbiamo avuto una brutta sorpresa: la casa di Picci era stata demolita, e lui chissà dov’era finito. Valentina ed io abbiamo sperato fino all’ultimo di rivederlo, magari adesso vive sul tetto di qualche casa qui vicino, ancora oggi lo stiamo aspettando: la pizza bianca per lui è sempre pronta. Siamo sicuri di rivederlo presto.

 

Giovanna Valori

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