

Aggressività, uno degli istinti genetici primordiali, è grazie a questo stato emotivo che oggi, a distanza di circa trentamila anni, siamo qui dopo aver superato tutta una serie di peripezie evolutive che a suon di atti aggressivi ci hanno difeso, prima dalle belve selvagge e poi dalle guerre per la conquista dei territori ottimali in cui vivere.
L’amigdala, un piccolo nucleo situato nella parte più antica e centrale del cervello, è la responsabile di una serie di risposte neuropsicologiche tra cui la risposta alla paura con l’attivazione del sistema parasimpatico e la conseguente attivazione del comportamento aggressivo. Alcune sostanze biochimiche endogene come un eccesso di testosterone o del mancato equilibrio dei neuromodulatori o sostanze esogene come l’alcol o altre sostanze eccitatorie, abbassano notevolmente la soglia delle reazioni aggressive. Rispondono a questi casi alcune forme psicopatologiche sostenute da un mancato equilibrio interno in grado di amplificare l’istinto aggressivo. A fare da contraltare agli input dell’amigdala, intervengono le aree della corteccia prefrontale, inibendo gli istinti primordiali. È in queste aree cerebrali che l’epigenetica, ovvero tutto ciò che è riconducibile all’educazione, all’ambiente e l’alimentazione, interviene nella struttura finale della modalità aggressiva o meno del singolo individuo.
Al solo scopo di comprendere quanto l’aggressività possa essere stimolata volutamente o mitigata, vorrei ricordare l’aggressività ben riconosciuta dei Sioux, i nativi americani, i più aggressivi tra tutte le tribù indiane. Un tempo non tanto lontano, alle giovani mamme Sioux era affidato il compito di educare i neonati al fine di rendere i maschi tra i guerrieri più feroci, infatti, i piccoli venivano sottoposti a pratiche inumane fin dai primi giorni di vita. I neonati affamati erano lasciati piangere fino all’esasperazione prima di concedere il seno, solo dopo interminabili crisi di pianto, finalizzate all’ottenimento del cibo, i piccoli venivano attaccati al seno, ma in contemporanea, mentre il piccolo succhiava, la mamma somministrava dei pugnetti sulla testa disturbando il piacere di mangiare. Ad aggiungere ulteriore frustrazione, al piccolo maschietto era riservata un’ulteriore pratica: veniva staccato violentemente dal seno più volte durante la poppata, sempre nell’intento di aumentare la rabbia e conseguente livello di aggressività. Volendo fare un grossolano paragone, possiamo supporre che i ragazzi di Colleferro, di Vicenza e di Caivano, la cui aggressività si è manifestata mettendo in atto la violenza nella forma più drammatica, potrebbero essere il frutto della mal gestione dell’istinto aggressivo nei loro primissimi anni di vita, oltre all’influenza degli stili di vita del loro contesto ambientale, ovvero, dell’epigenetica.
Sempre più spesso mi capita di trovarmi davanti genitori che lamentano il carattere aggressivo dei loro ragazzi adolescenti, chiedendomi possibili rimedi al fine di dare uno stop alla violenza subita per mano dei loro stessi figli. Quando inizio a porre domande a proposito degli stili di vita familiari – l’individuo nasce non sapendo come gestire rabbia e aggressività – in tutti i casi oggetto dei miei studi, è emersa una mancata educazione alla gestione dell’istinto aggressivo. Siamo noi genitori a dover insegnare ai bambini come gestire gli stati emotivi. L’educazione deve essere intesa come un vero e proprio lavoro, la prima regola dovrà essere dare il buon esempio, considerato che i bambini ci imitano in tutto e per tutto. Alcune semplici regole sono utili nell’educare i bambini a gestire la rabbia e trovare i giusti comportamenti per calmarsi, in questo link sono bene elencate. Alcuni genitori potrebbero trovare i suggerimenti eccessivi per i bambi piccoli, ma quanto prima si inizia a mettere in atto le regole di comportamento tanto meglio è. Lavorare oggi con un bambino piccolo è assai più proficuo che lavorare con un adolescente alle prese, oltre che con la tempesta ormonale tipica dell’età, anche con l’inevitabile gruppo, esterno alla famiglia, pronto a prendere il posto dei genitori nell’educazione.
Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra, psicoterapeuta CBT, laureata in psicologia clinica