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Mamme a casa, bimbi più bravi

luglio 25, 2002 12:00 pm

E’ polemica sui risultati di una ricerca della Columbia University su mille bambini di 10 città americane La notizia arriva dagli Stati Uniti accompagnata dalle polemiche: secondo uno studio condotto dalla Columbia University i bambini le cui madri sono tornate a lavorare a tempo pieno nel primo anno di vita mostrano un ritardo nello sviluppo…

E’ polemica sui risultati di una ricerca della Columbia University su mille bambini di 10 città americane

La notizia arriva dagli Stati Uniti accompagnata dalle polemiche: secondo uno studio condotto dalla Columbia University i bambini le cui madri sono tornate a lavorare a tempo pieno nel primo anno di vita mostrano un ritardo nello sviluppo cognitivo. Lo studio si basa su dati dell’Istituto nazionale dell’Infanzia che ha seguito oltre mille bambini in dieci città americane.

I dati della ricerca
Secondo la ricerca se una madre lavora 30 ore alla settimana quando il bimbo ha nove mesi, in media quel bimbo non renderà così bene nei test attitudinali pre-scolastici previsti intorno ai tre anni. Gli effetti negativi, inoltre, si farebbero sentire ancora fino ai setto o otto anni. Per i maschi l’impatto negativo è più forte che per le femmine. Peggiore è il tipo di assistenza alternativa alla presenza materna, peggiore è il rendimento nei test attitudinali. Se invece la madre torna al lavoro quando il bimbo ha passato l’anno gli effetti negativi non sono percepibili.
Lo studio, considerato dagli addetti ai lavori il più completo realizzato finora, ha mostrato che un bimbo di tre anni di una famiglia media, con baby-sitter o nido di media qualità la cui madre non ha lavorato fino al suo nono mese si qualificava a livello 50 di una scala uno a cento di un test standard (il Bracker School Readiness Test) che misura l’attitudine a frequentare un asilo con i coetanei. In un simile ambiente, ma con la madre tornata al lavoro al nono mese di età, il livello raggiunto era di 44.

Le polemiche e le soluzioni
Ovvie le conclusioni dello studio. Secondo Jane Waldfogel, rappresentante della Scuola per assistenti sociali della Columbia University, che ha partecipato allo studio, sarebbe una “buona cosa restare a casa dopo il parto più a lungo possibile o quanto meno scegliere un part time per tutto il primo anno di vita del figlio”. Un appello che si scontra con i problemi e le esigenze delle famiglie italiane ed ancora di più di quelle americane. Mentre in Italia, infatti, la legge prevede un congedo di maternità retribuito di cinque mesi, in America il posto di lavoro di una neo-mamma è stato protetto solo dieci anni fa con una normativa che prevede per lo più una aspettativa non pagata.
Senza una riflessione sullo stato sociale e sulle leggi a favore delle famiglie, hanno osservato i movimenti femministi americani, lo studio rischia di rivelarsi solo un fonte di “sensi di colpa” per le mamme costrette ad andare al lavoro. Così Jeanne Brooks Gunn, autrice del rapporto per conto dell’Istituto nazionale dell’Infanzia, ha dovuto ammettere che in America non c’è una adeguata aspettativa per la maternità. “In America – ha rivelato la Gunn – metà delle puerpere che lavorano devono tornare in fabbrica e in ufficio dopo pochi giorni o settimane, e l’altra metà possono restare a casa al massimo tre mesi. Se in aspettativa raramente le mamme vengono pagate. E chi non si adegua perde il posto”. Il dibattito politico è aperto e per le soluzioni ora l’America guarda all’Europa. Italia compresa.

 

Matteo De Matteis

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