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Coronavirus: l’inquinamento è il principale alleato

25 Marzo, 2020 10:00 am

Secondo le Agenzie Regionali per la protezione ambientale, le polveri e il particolato: ingredienti primari dello smog, facilitano la proliferazione e diffusione del Coronavirus

Come mai tanti contagi concentrati soprattutto tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna? La risposta è che si tratta di una zona densamente popolata, certo, in cui i contatti umani sono stretti e frequenti. La Pianura Padana e le aree limitrofe sono però anche le più inquinate d’Italia, a causa del traffico intenso, delle industrie e del clima che favorisce il ristagno di umidità caricata di polveri e particolato. Potrebbe questa situazione essere legata alla diffusione del Coronavirus? Sembra proprio di sì: un altro motivo per fare il possibile per ridurre l’inquinamento ambientale. Sono stati esaminati i dati pubblicati sui siti delle ARPA, le Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale, relativi a tutte le centraline di rilevamento attive sul territorio nazionale, insieme ai casi di contagio riportati sul sito della Protezione Civile. Si può affermare che alte concentrazioni di polveri fini a febbraio in Pianura Padana hanno esercitato un’accelerazione anomala alla diffusione virulenta dell’epidemia.

L’inquinamento è vettore dei virus in generale

Una solida letteratura scientifica descrive il ruolo del particolato atmosferico come potente carrier, ovvero vettore di trasporto e diffusione, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Il particolato atmosferico, inoltre, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Un gruppo di ricercatori ha esaminato i dati pubblicati sui siti delle ARPA relativi a tutte le centraline di rilevamento attive sul territorio nazionale, registrando il numero di episodi di superamento dei limiti di legge – 50 microg/m3 di concentrazione media giornaliera – nelle province italiane. Parallelamente, sono stati analizzati i casi di contagio da COVID-19 riportati sul sito della Protezione Civile. Dall’analisi si è evidenziata una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo, considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di quattordici giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta.

È il momento di pensare all’ambiente

In Pianura Padana si sono osservate le curve di espansione dell’infezione che hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico, che hanno esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia. Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio secondo gli esperti dell’Università di Bologna, hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del COVID-19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai. Dall’Università di Bari si rincara la dose: le polveri stanno veicolando il virus, facendo da carrier. Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi. È necessario ridurre al minimo le emissioni, sperando in una meteorologia favorevole. Anche la SIMA, Società Italiana di Medicina Ambientale, invoca interventi urgenti per ridurre l’inquinamento ambientale. L’impatto dell’uomo sull’ambiente sta infatti producendo ricadute sanitarie a tutti i livelli. La dura prova che si sta affrontando a livello globale deve essere di monito per una futura rinascita in chiave realmente sostenibile, per il bene dell’umanità e del pianeta. In attesa del consolidarsi di evidenze a favore dell’ipotesi presentata, in ogni caso la concentrazione di polveri sottili potrebbe essere considerata un possibile indicatore o marker indiretto della virulenza dell’epidemia da COVID-19. Inoltre, in base ai risultati dello studio in corso l’attuale distanza,  considerata di sicurezza, potrebbe non essere sufficiente, soprattutto quando le concentrazioni di particolato atmosferico sono elevate.

Lina Rossi

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