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Femminicidi, figlicidi, genitoricidi o semplicemente…omicidi

Novembre 25, 2019 10:00 am

Lunedì 25 novembre, si celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Più che di leggi abbiamo bisogno di consapevolezza nell’educare i figli di ogni genere

Oggi 25 novembre 2019 Ana Maria è la vittima numero 95 del 2019. Ferrara una donna di settantuno anni uccisa dal nipote, probabilmente per soldi. Reggio Emilia un ragazzo di ventisette anni uccide, accoltellandolo, uno zio convivente nel sonno. È il bollettino omicidi degli ultimi tre giorni. Ogni omicidio, apparentemente, riconosce delle motivazioni specifiche: il primo: una relazione extra-coniugale al tragico epilogo; il secondo: per una richiesta di soldi non esaudita; il terzo: probabile esito di un disturbo psicopatologico. In realtà, dietro ogni omicidio perpetrato ai danni di un altro essere vivente c’è quel piccolo tratto di codice genetico iscritto nel DNA codificato con il termine: aggressività.

L’aggressività è il motore di ogni tipo di omicidio

Tutti potenzialmente possiamo aggredire e lo facciamo quando vogliamo raggiungere obiettivi fisiologici: cibo, difendere la prole o di proteggerci dagli attacchi diretti degli altri. Possiamo, inoltre, aggredire quando sentiamo il nostro status sociale minacciato. L’aggressività di fatto aiuta la nostra sopravvivenza individuale attraverso la genetica, processo di selezione naturale, proprio come farebbe qualsiasi altro animale, di fatto, l’aggressività è parte dell’adattamento evolutivo dell’uomo. Come genitori e quindi, educatori della nostra specie umana, la conoscenza del ruolo della biologia e dell’epigenetica nella modulazione dell’aggressività, deve essere un faro da cui farsi guidare nell’educazione dei bambini, adolescenti e futuri adulti. Lo sviluppo neuro-cognitivo e di personalità di ogni essere umano passa attraverso l’interazione tra genetica ed epigenetica, ovvero: biologia e contesto in cui si cresce e si riceve educazione. Se vogliamo davvero eliminare la violenza sulle donne, dobbiamo essere consapevoli che alla base deve esserci l’educazione al rispetto dell’altro, chiunque esso sia.

Il ruolo della biologia

A livello biologico il primo input aggressivo prende avvio nella parte più antica del cervello: l’amigdala, è qui che avviene il monitoraggio delle situazioni che stimolano la risposta aggressiva. Le emozioni negative, tra cui: paura, rabbia, dolore e frustrazione, se accompagnate da un’eccitazione elevata, possono attivare risposte aggressive. L’amigdala ha connessioni con altri sistemi legati alla paura: il sistema nervoso simpatico, le risposte facciali, l’elaborazione degli odori e il rilascio di neurotrasmettitori legati allo stress. L’amigdala quindi aiuta a percepire e rispondere al pericolo sia esso fisico o morale. La corteccia prefrontale è la struttura che attiva il controllo sull’aggressività: tanto più è attivata, tanto più si è in grado di controllare i nostri impulsi aggressivi, Gibson, 2002. La ricerca ha scoperto che la corteccia prefrontale è meno attiva negli assassini e nei detenuti nel braccio della morte, suggerendo che il crimine violento può essere causato, almeno in parte, da un fallimento o da una ridotta capacità di regolare le emozioni. La corteccia prefrontale è la grande mediatrice degli impulsi aggressivi.

Gli ormoni: attivatori dell’aggressività

Il testosterone, l’ormone sessuale maschile, è il più importante ed è associato ad una maggiore aggressività sia negli animali sia nell’uomo. La ricerca condotta su una varietà di animali ha trovato una forte correlazione tra livelli di testosterone e aggressività. Il testosterone influenza l’aggressività amplificando lo sviluppo di alcune aree del cervello deputate al controllo dei comportamenti aggressivi. Il testosterone influenza anche lo sviluppo fisico: la forza muscolare, la massa corporea e l’altezza elementi importanti nella capacità di aggredire con successo. L’ormone maschile non è l’unico fattore biologico legato all’aggressività, ricerche recenti hanno scoperto che anche la serotonina ha un ruolo fondamentale, a questo neuromodulatore è riconosciuta la capacità di inibire l’aggressività. È stato scoperto che bassi livelli di serotonina predicono le aggressioni future. I detenuti violenti hanno livelli più bassi di serotonina rispetto ai detenuti non violenti.

Il ruolo dell’epigenetica

Fisiologicamente lo sviluppo del sistema cerebrale si completa tra gli undici e i quattordici anni, è questo un periodo altamente vulnerabile, il cervello sta completando il suo sviluppo finale ed è l’epoca in cui avviene la stabilizzazione del pensiero astratto e con esso lo sviluppo del sistema logico-deduttivo. Il ruolo dell’epigenetica è determinante nello sviluppo di personalità soprattutto dalla nascita e fino al completo sviluppo, questa fase è quella a maggior impatto plastico sul sistema psichico. Gli adolescenti, poi, alle prese con i fatti psico-sociali esterni alla famiglia, sono resi più sensibili a eventi che possono influenzare il corpo e mente, tanto più si è esposti a modelli da imitare, tanto più si modificherà la struttura di personalità. Il risultato finale può oscillare tra una struttura di personalità adattabile a qualunque circostanza della vita oppure, una struttura borderline di personalità con varie forme di disadattamento sociale. Oltre alla famiglia sono molti e diversi gli ambienti sociali che possono influenzare lo sviluppo cognitivo, morale e relazionale. Tutti noi veniamo al mondo con una serie di attributi genetici, questi si sviluppano in base al sistema ambientale famigliare in cui viviamo.  Lo sviluppo umano e quindi la personalità, più o meno adattiva alle frustrazioni di ogni singolo individuo, si sviluppa attraverso l’interazione tra le variabili genetiche e ambientali.

Dott.ssa Rosalba Trabalzini

Medico, psichiatra, psicologo clinico, psicoterapeuta cognitivo

Consulente Tecnico Ufficio – Tribunale Penale di Roma

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