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Come spiegare la morte ai bambini

febbraio 4, 2019 10:00 am

La realtà non deve essere nascosta, deve solo essere resa il più possibile adatta alla comprensione di un bambino. Il concetto di fine vita deve essere appreso fin da piccoli

Perché non vedo più nonno, perché Lulù non c’è più e altre domande del genere, hanno necessariamente bisogno di una risposta. A partire dai tre anni circa, un bambino è emotivamente e cognitivamente preparato per accorgersi che una persona, un parente, un animale domestico al quale si era affezionato non ci sono più. Tra i due e i tre anni un bambino è ancora molto concentrato su se stesso e poco aperto ai cambiamenti verso l’esterno. Di conseguenza, se qualcuno anche vicino non c’è più, il piccolo semplicemente smette di vederla e si abitua progressivamente alla mancanza. Quando è più grandicello, invece, inizia a porre domande, sia per curiosità, sia perché l’assenza crea in lui una sensazione spiacevole e dolorosa.

 

La morte è parte della vita

Certo, sarebbe bello per i nostri bambini crescere senza passare attraverso il concetto di morte, perché si pensa che dall’adolescenza in poi si possiedano gli strumenti psicologici per gestire il dolore della perdita. In realtà è difficile che questo succeda: vivendo in società ampie e strutturate, è del tutto normale che nostro figlio entri in contatto con il concetto di morte, anche solo indirettamente. In questi casi, la sua curiosità deve essere soddisfatta per permettergli di rielaborare il concetto dell’assenza ma soprattutto apprendere che la morte è un concetto assolutamente naturale e che, prima o poi, tocca proprio a tutti e quindi non deve essere temuta. Nella nostra cultura mediterranea, intrisa di cattolicesimo, paradossalmente si ha molta paura del decesso. Vi si allude con perifrasi, si fanno gli scongiuri ed è assolutamente inconcepibile per alcune culture regionali che dopo un funerale ci si riunisca per mangiare e bere insieme, in una sorta di festa in onore del defunto. Si tratta invece di una tradizione positiva, forse non si accorda con il sentimento di sofferenza per una persona cara che non c’è più, ma che può contribuire a lenire il dolore e a far sentire meno soli.

 

Cosa e come comunicare la morte

È assolutamente sbagliato essere evasivi con le domande dei bambini. Se ci chiedono perché il nonno è andato in cielo non gli si deve rispondere che è troppo piccolo per capire, che non ci deve pensare adesso e che gli spiegheremo più tardi. Il suo sentimento di affetto e di dolore ha bisogno di una risposta, anche per poter rielaborare la sensazione di assenza. A questo punto ci si deve regolare in base alla propria sensibilità e alla propria cultura di fede, se si è credenti. Chi è cattolico può sicuramente rispondere che il nonno è andato in cielo a raggiungere tutti i suoi cari e che, un giorno, ci si ritroverà tutti insieme. Attenzione però: una risposta di questo tipo deve essere davvero sentita altrimenti suona sbrigativa e falsa. Oppure si può dire al bambino che, fino a quando ci si ricorderà del nonno, del bene che ci voleva e delle storie che raccontava, lui ci sarà sempre vicino. Per i non cattolici un modo per comunicare la morte è il concetto di trasformazione, ovvero: la vita è una continua trasformazione. Ogni essere vivente resta tra noi per un certo periodo di tempo, questo tempo purtroppo ha una fine, al termine della vita ognuno si trasforma in qualcosa di diverso, alcuni si trasformano in bellissimi pavoni, altri in orgogliosissime tigri e altri ancora in uno dei migliaia di animali presenti in natura. Le teorie religiose orientali riescono a spiegare la morte con la giusta leggerezza per parlarne ai più piccoli. Il pediatra è, anche in questo caso, un valido punto di riferimento per sapere come rapportarsi con i più piccoli nelle situazioni di lutto, valutando se il dolore che lo accompagna necessita dell’affiancamento di uno psicologo infantile.

 

Sahalima Giovannini

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