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Bambini vivaci troppo spesso segnalati come ADHD

ottobre 9, 2019 10:00 am

Una cosa è essere bambini vivaci, attivi e pieni di vita. Altro è essere un bambino ADHD ovvero iperattivo, un disturbo difficile da condividere sia in casa sia a scuola. La diagnosi è necessaria

Bimbi instancabili, gridano, si muovono in continuazione, non riescono proprio a stare fermi. Una volta venivano semplicemente definiti vivaci o, senza mezzi termini, monelli maleducati. E quindi, anche in mancanza di competenze specifiche, si rischiava di sottovalutare un vero e proprio disturbo del comportamento che, se ben curato, migliora il benessere del bambino e della famiglia. Oggi succede il contrario: un bambino vispo e vivace viene fin troppo facilmente bollato come iperattivo, con il rischio di considerare malattia quello che è, invece, un tratto del carattere. Da un estremo all’altro, insomma: in entrambi i casi c’è il rischio di trattare in modo non adeguato un problema e il primo a soffrirne è il bambino.

 

Bambini super vivaci

Un conto, quindi, è la vivacità caratteriale, altro è l’iperattività, una vera e propria condizione neurologica conosciuta con la sigla anglosassone di ADHD, ovvero: la Sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Si tratta di un disturbo del comportamento che riguarda il 4% della popolazione pediatrica tra i sei e i dodici anni. Ne sono più colpiti i maschi e le cause sono di origine genetica complicata dal contesto educazionale. I piccoli che ne soffrono non riescono a controllare impulsività ed attenzione, sfuggono al controllo degli adulti, associando all’agitazione forme di irrequietezza e di reazione abnormi. In classe non riescono a stare seduti, danno fastidio ai compagni, non svolgono i compiti assegnati, cambiano frequentemente banco, classe e talvolta anche scuola. Il loro profitto scolastico, proprio per l’incapacità alla concentrazione, è quasi sempre scarso così come difficile è il loro rapporto con gli altri. La pratica di uno sport come il judo o karate può essere un aiuto per scaricare le tensioni interne oltre ad apprendere la disciplina.

 

La vera iperattività da ADHD

Eppure tutto questo non basta ancora per stilare una diagnosi di ADHD. I bambini affetti da iperattività vera mostrano altri segnali che vanno oltre l’irrequietezza. Mostrano incapacità a cogliere i dettagli, tendenza a compiere errori nelle attività, difficoltà a seguire regole e istruzioni, non riescono ad organizzare qualsiasi compito venga loro assegnato. Hanno la tendenza a perdere oggetti e a dimenticare le attività quotidiane, faticano ad attendere il proprio turno in ogni circostanza, dal gioco al dialogo, tendono a parlare eccessivamente o ad intromettersi e ad interrompere le conversazioni. Un bambino irrequieto non è comunque un bambino affetto da ADHD e, in ogni caso, la diagnosi di una problematica neurologica tanto importante non può essere risolta dalle osservazioni di un genitore, di un insegnante o di un pediatra di famiglia.

 

ADHD, è necessario il parere dello specialista

È compito esclusivamente dello specialista psichiatra o neuropsichiatra infantile verificare con esami mirati la presenza o meno del disturbo e stabilire, eventualmente, una terapia adeguata. Il supporto iniziale, che prevede il coinvolgimento dei genitori, è di tipo psicoterapico. In particolare la Terapia cognitivo comportamentale, oltre ad analizzare il problema e la situazione familiare nel suo insieme, fornisce a genitori ed insegnanti istruzioni semplici ma utili ad aiutare il bambino nel suo sviluppo. Giorno dopo giorno vengono forniti consigli semplici da mettere in campo: modificare l’ambiente al fine di ridurre il più possibile le possibilità di distrazione, fornire istruzioni chiare e precise e pretenderne il rispetto, incoraggiare il bambino ad organizzare la propria giornata quotidiana, i pasti, i compiti, l’igiene personale, con tempi e regole precise. È importante accompagnare con gratificazioni per i comportamenti corretti, le indicazioni rispettate, i successi ottenuti. Solo il fallimento di una psicoterapia che coinvolga anche la famiglia può aprire la strada ad una soluzione farmacologia. Anche in questo caso è sempre necessario l’intervento dello specialista.

 

Dottoressa Rosalba Trabalzini

Psichiatra, psicoterapeuta, specializzata in psicologia clinica

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