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Più tempo davanti ai monitor più rischio di ADHD

maggio 30, 2019 10:00 am

I bambini che trascorrono troppe ore davanti a qualsiasi monitor oltre alla TV corrono sei volte di più il rischio, rispetto ai coetanei, di avere un disturbo di ADHD o sindrome da iperattività

Non solo sovrappeso e miopia: stare troppo a lungo davanti alla TV, al computer o allo smartphone, fa aumentare il rischio di andare incontro al disturbo di attenzione o di iperattività.  Ad essere a rischio sono i bambini della materna: se passano più di due ore al giorno davanti ad uno schermo possono, nel tempo, presentare maggiori problemi comportamentali rispetto ai loro compagni di classe che trascorrono meno tempo a guardare televisione, smartphone e tablet.

 

Oltre 2.000 piccoli coinvolti in una ricerca

È emerso da uno studio canadese, Università di Alberta, che ha coinvolto i genitori di oltre duemila bambini. Gli esperti hanno coinvolto i genitori di oltre duemila quattrocento bambini per conoscere il tempo che avevano trascorso davanti agli schermi tra i tre e i cinque anni. Tra le domande si richiedevano informazioni anche su eventuali problemi comportamentali come disattenzione e aggressività, difficoltà a dormire, depressione e ansia. Solo l’1,2% dei bambini di cinque anni aveva problemi di comportamento come aggressività o disattenzione e il 2,5% soffriva di depressione e ansia. I risultati hanno mostrato i seguenti risultati: i piccoli che passavano oltre due ore davanti agli schermi avevano un rischio quasi sei volte maggiore di presentare deficit di attenzione e un rischio quasi otto volte maggiore di rispondere ai criteri diagnostici per il deficit dell’attenzione e l’iperattività – ADHD.

 

I motivi del link non si conoscono

Il legame causa-effetto dei risultati non è ancora spiegato, per lo meno in questo studio, ma è valida la raccomandazione di limitare a meno di un’ora al giorno la permanenza davanti alla TV ai i bambini dai due ai quattro anni. I contenuti dei media digitali, dal ritmo spesso incalzante, possono ipereccitate i bambini, i quali, di conseguenza, avranno difficoltà a mantenere l’attenzione nella vita reale che può sembrare lenta e deludente. Inoltre, da tempo si sa che l’interazione con le persone e i giochi reali sono fondamentali per lo sviluppo cognitivo e sociale. L’iperattività è una vera e propria patologia, un disturbo del comportamento caratterizzato da scarsa attenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e, in alcuni casi, impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale di un bambino. A soffrirne di più sono i maschietti ma anche le femminucce possono esserne colpite.  Il disturbo viene anche chiamato Disturbo da Deficit d’Attenzione e Iperattività  – Attention Deficit Disorder ed è ben diversa dal comportamento di un bambino vivace, sano, pieno di vita e anche un po’ attaccabrighe come è probabilmente  lo sono molti bambini.

 

I sintomi del disturbo da Iperattività

Un bambino iperattivo a scuola non riesce a stare seduto e fermo nemmeno per qualche minuto e non presta la minima attenzione alle parole dell’insegnante. Il bambino parla in continuazione ad alta voce, disturbando l’apprendimento stesso dei compagni, non mostra di risentire di eventuali richiami da parte dei docenti. I suoi risultati scolastici non sono brillanti, non perché manchi di intelligenza, anzi è tutt’altro. È solo che il suo problema gli impedisce di prestare l’attenzione necessaria che permette l’apprendimento. Il disturbo purtroppo si riflette anche nei rapporti con i coetanei che risentono dell’azione disturbante e tendono ad esclude il piccolo iperattivo. Il primo a soffrire di questo isolamento forzato è proprio il bambino. Possono infine comparire manifestazioni come tic nervosi, forme depressive, disturbi di ansia alternati a momenti di esaltazione. In presenza di questi segnali è opportuno parlarle con il pediatra e affrontare il problema serenamente, sempre assieme ai medici e agli esperti del problema che sapranno trovare le soluzioni migliori: dalla psicoterapia comportamentale fino, nei casi più gravi alle terapie farmacologiche.

 

Lina Rossi

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