

Ogni persona è un essere unico, con un patrimonio genetico pronto ad interagire con l’ambiente che la circonda. Se vogliamo ridurre davvero la violenza, dobbiamo mettere in atto una prevenzione a 360° a partire dalla prima infanzia e fino all’adolescenza, coinvolgendo famiglia, scuola, sanità e istituzioni. I genitori hanno la responsabilità di offrire ai figli una base affettiva sicura: amare, accettare e valorizzare il bambino per le sue potenzialità è il primo antidoto contro la rabbia e i comportamenti aggressivi. Quando questa base viene meno, per abbandono, per un’educazione eccessivamente rigida o violenta, o per una presenza affettiva intermittente, si interrompe la costruzione di una sicurezza emotiva fondamentale per lo sviluppo di adulti in grado di gestire la rabbia in modo maturo.
Il sistema cognitivo ed emotivo del bambino si sviluppa in modo rapido e plastico nei primi anni di vita. Per questo gli insegnamenti ricevuti fin dalla nascita sono fondamentali: modellano convinzioni, emozioni e risposte comportamentali. I genitori e la famiglia rappresentano il primo modello di riferimento, per imitazione si interiorizzano schemi che possono diventare stili relazionali duraturi. È dunque fondamentale promuovere modelli educativi che privilegino l’affetto e il rinforzo positivo. La ricompensa per comportamenti socialmente adeguati non deve essere un oggetto, ma un riconoscimento affettivo: parole di incoraggiamento, carezze, tempo condiviso. Al contrario, per comportamenti inaccettabili è più efficace l’ignorare strategico che non la punizione: la punizione, soprattutto se aggressiva, rinforza l’idea che la violenza sia un mezzo legittimo per esercitare controllo o per ottenere attenzione.
Le esperienze infantili di violenza o trascuratezza non determinano però il destino di tutti: la genetica così come l’epigenetica sono fondamentali. Va anche riconosciuto che esistono differenze di genere nella manifestazione dell’aggressività, in parte dovute a fattori biologici come il testosterone e in parte a ruoli sociali tramandati nel tempo, ma queste differenze non giustificano né normalizzano la violenza: uomini e donne possono esprimere aggressività verbale o fisica, e tutti devono imparare a gestirla. A livello sociale è necessario ridurre l’esposizione alla violenza, soprattutto per i più giovani. Filmati, giochi e modelli aggressivi alimentano comportamenti imitativi: più violenza si percepisce, più è probabile che venga replicata. Convogliare l’energia e l’aggressività in attività costruttive come lo sport, lo studio, la ricerca e l’arte offre alternative emotive sane e canali di realizzazione personale che rispettano la libertà altrui.
Investire nella prevenzione significa tutelare il futuro: meno violenza oggi vuol dire società più sicura domani. Fare rete tra famiglia, scuola, servizi sanitari e istituzioni è l’unica via per trasformare l’aggressività in competenze, la rabbia in motivazione e il conflitto in crescita. Mettiamo al centro l’infanzia, formiamo i genitori, rendiamo la scuola laboratorio di civiltà e la sanità attenta alla mente dei giovani: così neutralizzeremo la violenza alla radice.
Dott.sa Rosalba Trabalzini
Medico Psichiatra — Laurea in Psicologia Clinica
Psicoterapeuta C.B.T. — C.T.U. psichiatra nel Tribunale Penale