I disturbi alimentari psicogeni in aumento tra i giovanissimi

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I disturbi alimentari psicogeni in aumento tra i giovanissimi

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Negli anni scorsi, quando si parlava di disturbi alimentari tra i giovani, si pensava soprattutto ad anoressia e a bulimia. L’anoressia consiste nella progressiva privazione del cibo: si inizia a mangiare sempre meno, fino a sopravvivere letteralmente con porzioni di alimenti minime, come due cucchiai di yogurt magro o una zucchina bollita al giorno, mentre il corpo perde a poco a poco tutto lo strato di grasso ed i muscoli mentre l’organismo è fortemente debilitato. La bulimia è l’opposto, ma è l’altra faccia della stessa medaglia. Chi ne soffre si ingozza di cibo fino a scoppiare, arrivando perfino ad alzarsi nel cuore della notte e a ingurgitare alimenti crudi o ancora surgelati. Sono due spie di un profondo malessere che solo apparentemente hanno a che fare con l’aspetto esteriore e i modelli estetici. Le modelle filiformi proposte come ideale di bellezza possono essere solo la spinta finale di un malessere che ha a che fare con il rapporto con se stessi.

Disturbi già all’epoca delle elementari
Secondo la Società Italiana di Pediatria, riunitasi a Roma nei giorni scorsi per l’ultimo convegno annuale, ad anoressia e bulimia si aggiungono nuove alterazioni del comportamento alimentare: l’aspetto più serio è che questi problemi non riguardano solo gli adolescenti, ma si manifestano nelle fasce di età più basse, addirittura già a otto anni. Si tratta di una situazione preoccupante, non solo perché a quella età non si dovrebbe i problemi di alimentazione complicata da disagio psichico ma soprattutto perché alimentarsi nel modo sbagliato in piena crescita può portare a seri disturbi di salute. Secondo la Società Italiana di Pediatria, che ha dedicato una sessione al problema per rendere consapevoli genitori e pediatri, in Italia sono circa due milioni i ragazzini con disturbi dell’alimentazione. Già a 8 anni sono state trovate anoressia e bulimia, insieme a disordini alimentari più difficili da interpretare, come la disfagia, cioè la difficoltà a deglutire determinati cibi quando questi non siano percepiti come accettabili: un problema serio che impedisce di nutrirsi in modo variato, come si dovrebbe fare per crescere sani. Ancora, gli esperti hanno identificato il food avoidance emotional disorder o disturbo emotivo da evitamento del cibo, che spinge soprattutto le ragazzine a trovare scuse per non nutrirsi.

Il ruolo insostituibile del pediatra
È importante prestare attenzione ai segni del disagio, soprattutto nella fascia di età che va dagli otto ai dieci anni. Se si riesce a intercettarli subito i ragazzi recuperano. Questo è compito del pediatra, che con quattro semplici domande: – ritieni che dovresti metterti a dieta – quante diete hai fatto nell’ultimo anno – ti senti insoddisfatto del peso del tuo corpo – il peso influenza l’idea che hai di te stesso. Le risposte permettono di individuare i casi sospetti e monitorarli nel tempo. Anche per i genitori ci sono dei campanelli d’allarme. Il genitore deve preoccuparsi se nota ansia, oppure la tendenza a chiudersi in se stessi o se nascondono le cose che fanno. L’isolamento è un indizio, mentre un’altra evidenza sono gli episodi di autolesionismo. Alcuni segnali vengono dal modo in cui si mangia: lo sminuzzare il cibo, la lentezza del pasto, l’esclusione di alcuni alimenti vanno indagati più a fondo. Una volta individuato il problema la guarigione, dicono le statistiche, è possibile: allo stato attuale la remissione a 5 anni dell’anoressia è del 66,8% contro il 45% della bulimia. Il pediatra ha il compito fondamentale di fare da sentinella: una volta individuato il problema serve però una gestione multidisciplinare, dal neuropsichiatra al nutrizionista. I disturbi alimentari psicogeni sono solo la manifestazione di un problema più profondo.

Lina Rossi

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