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Autolesionismo: problema in aumento tra i ragazzi

Novembre 22, 2019 10:00 am

L’autolesionismo è un problema in crescita tra i nostri ragazzi adolescenti: uno su sette si fa del male da solo per la sofferenza che avverte dentro di sé, sono I segnali da non sottovalutare

Odiano sé stessi, il mondo, odiano anche l’odio che provano: è questo, secondo gli esperti, quello che provano i ragazzi che praticano autolesionismo. Sono i ragazzi che si procurano ferite con lamette o qualsiasi altro oggetto tagliente capiti loro sotto mano. Oltre ai tagli in varie parti de corpo, i ragazzi si bruciano o si colpiscono per prendere le distanze da una sofferenza emotiva ancor più dolorosa e non sopportabile. Si tratta di in fenomeno in crescita anche in Italia, dove almeno un adolescente su sette vi ricorre, come nel resto del mondo.

Autolesionismo: la prima volta in adolescenza

Secondo gli esperti, di solito il primo episodio avviene a quindici anni, anche se molti iniziano un po’ più tardi, tra i diciassette e i diciotto anni. Sono pochi quelli che abbandonano definitivamente questa pratica, infatti tre su quattro continuano anche se con frequenza alterna. Per circa il 20% dei ragazzi autolesionistici diventa una dipendenza forte e potente al pari di una droga. Ricerche internazionali affermano che il fenomeno, per il 15%, si attiva come risposta alla rabbia. Esistono due forme di autolesionismo: suicidaria e non suicidaria e  la diagnosi arriva quando il soggetto nell’arco di un anno si ferisce cinque volte, producendosi danni fisici lievi o moderati tra: tagli, bruciature, colpi o tirate di capelli. L’autolesionismo è una strategia di regolazione emotiva di fronte a ciò che viene vissuto come intollerabile e indesiderabile. Ferendosi la persona cerca di trasformare la sofferenza emotiva, che non sa gestire, in una sofferenza fisica, la traslocazione del dolore allevia le pene emotive. Secondo lo studio australiano, esistono pochi centri specializzati in terapie sull’autolesionismo, che quasi sempre viene considerato più come un sintomo e non una malattia autoctona al pari della depressione.

Come riconoscere l’autolesionismo nei ragazzi

La genesi dell’autolesionismo è complessa. Dipende da una componente genetica, alla quale si associano anche fattori psicologici e sociali. Spesso chi si fa male è un ragazzo con una storia di abusi e violenza nell’infanzia, oppure ha avuto figure di accudimento depresse o incapaci di dare affetto. Spesso è anche il risultato di un ambiente famigliare e sociale freddo e ipercritico, che pretende senza dare. Il ragazzo autolesionista è anche una persona che fatica ad avere rapporti sociali con i coetanei e con gli altri in generale: è molto insoddisfatto di sé stesso. Accorgersi di avere un figlio con questo problema può essere traumatico, ma alcuni segnali non vanno ignorati: ragazzi che indossano maglie o camice sempre con le maniche lunghe per non lasciar scoperta la pelle, che si chiudono spesso in bagno per tanto tempo o che hanno tracce di sangue sui vestiti, potrebbero essere autolesionisti. Non vanno sottovalutate nemmeno le crisi di pianto, gli sbalzi di umore e il nervosismo non motivato.

Come affrontare l’autolesionismo

Intervenire non è facile: sicuramente punizioni e rimproveri spingono il ragazzo a continuare il comportamento anomalo. È essenziale l’ascolto e conseguentemente il dialogo, uno studio condotto a New York ha rilevato l’efficacia di una forma specializzata di terapia parlata, detta terapia dialettica comportamentale, sviluppata per trattare le personalità borderline. Almeno una volta a settimana le persone imparano una serie di abilità per resistere al tormento, in cui il paziente agisce nel modo contrario a cui si sente. Allo Zucker Hillside Hospital questa forma terapeutica è stata provata su ottocento pazienti adolescenti ottenendo una diminuzione degli atti autolesionistici e tempo di ricovero già dopo due settimane di trattamento. I ragazzi vanno sempre ascoltati e non limitandosi a chiedere solo come vanno a scuola, ma concentrandosi di più sul come stanno. Una psicoterapia ad indirizzo cognitivo- comportamentale, mirata al riconoscimento degli stati emotivi, è fondamentale per risolvere questo tipo di problematiche.

Dott.ssa Rosalba Trabalzini

Psichiatra, psicologo clinico, psicoterapeuta

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